Il Paok Salonicco è campione di Grecia dopo trentaquattro anni

Foto di Michalis Traitsis

Le insidie del viaggio, il dilatarsi del tempo, l’ansia per il non ritorno. Il senso dell’attesa, nel poema omerico dell’Odissea, si carica di intense e differenti suggestioni. Un flusso di eventi avversi, ai quali l’astuto eroe degli Achei, da cui prende spunto il titolo dell’opera, dovrà far fronte per riconciliarsi con la sua terra. Quell’Itaca con i suoi affetti terreni, dalla quale è lontano già da dieci anni, perché è alle prese con la guerra di Troia. Seguirà la capitolazione della città, provocata peraltro da un suo scaltro stratagemma. Quindi, un’altra decade di peripezie dovrà trascorrere prima che si consumi finalmente il ricongiungimento. E se due decenni da sradicato sarà il prezzo pagato da Odisseo secondo la mitologia, i cantori delle gesta sportive del Paok scriveranno invece una cifra più alta per indicare l’attesa dei tifosi di Salonicco, prima della conquista del prossimo titolo nazionale. Trentaquattro anni vissuti fra emozioni, delusioni e speranze, e inseguendo quei due colori, il bianco e il nero, che insieme condensano la guerra greco-turca e la rinascita. I due baluardi storici della propria identità, dove convergono i diversi sentimenti dei suoi supporter. Perché nel profano mondo del calcio, c’è sempre una religiosità che viaggia lungo insondabili frequenze. Itaca e Salonicco distano oltre seicento chilometri. E, a seconda del mezzo di locomozione scelto, inevitabilmente cambiano i tempi di percorrenza. Quello che invece non cambia, è il richiamo simbolico che le due città sembrano esercitare. L’attrazione osteggiata dal fato verso il ritorno. Ecco allora che i calciatori del Paok, che in queste ore festeggiano la vittoria nel campionato, sono come eroiche figure leggendarie catapultate nella contingenza di uno stadio per dire ai posteri che il peregrinare le ha ricondotte a casa. Che quella riconciliazione è avvenuta. Che il bianco della rinascita brilla più luminoso nel cielo nero della notte. La vittoria per cinque a zero, ai danni dell’Atletico Levadeiakos suggella una stagione partita con due punti di penalità. E scavalca il ricordo del campionato precedente, chiuso al secondo posto e perso fra sanzioni e innumerevoli polemiche, dopo l’irruzione del suo presidente in campo, ripreso con una pistola nella fondina, per protestare a causa dell’annullamento di un gol per un’irregolarità contro i rivali dell’Aek Atene, futuri vincitori del titolo. L’avversario di oggi in classifica, staccato irrimediabilmente con il conforto aritmetico, è invece l’Olympiakos. E gli uomini in campo che ne neutralizzano definitivamente la minaccia rispondono ai nomi di Jevhen Šachov, Diego Biseswar, Fernando Varela, Karol Świderski, cecchini della raffica vincente, sospinti dallo spirito del gruppo e dall’ingresso sul terreno di gioco preceduto dalla musica degli AC/DC. Fra i testimoni oculari dell’impresa sportiva, il regista Michalis Traitsis, attivo da tempo in Italia con diversi laboratori teatrali nei luoghi di detenzione, da sempre tifoso del Paok e fiducioso nella riuscita del trionfo proprio dal giorno dell’episodio contestato del campionato precedente. Da lì, la consapevolezza della propria forza. «Tante, troppe ingiustizie – racconta – non sono retorica. Quest’anno i ragazzi sono partiti con il coltello fra i denti. E così le venticinque vittorie e i quattro pareggi che sono arrivati, parlano chiaro. In uno stadio, peraltro, costruito con il lavoro volontario degli abitanti di una parte della città, profughi dell’Asia Minore, nel cuore del loro quartiere». E, a proposito del momento più emozionante della partita, Traitsis non ha dubbi. Spiega che «è stato quando al novantesimo minuto di gioco è entrato il capitano Vieirinha, che si era infortunato al legamento crociato nella scorsa settimana. Momenti di straordinaria bellezza!». Mentre, l’immagine ricordo della serata è il corteo per raggiungere la Torre Bianca, che si paralizza fin quando un ragazzo non riesce a spegnere un piccolo principio d’incendio sulla sella del motorino, sul quale è a bordo. Un’operazione portata a termine interamente con in mano un fumogeno sempre acceso, per via dei festeggiamenti.

Foto di Michalis Traitsis

Il tempo della felicità, per scandire i suoi rintocchi emotivi, retrocede però alla notte della vigilia. Ai fumogeni rossi accesi dai supporter che si specchiano nell’acqua placida del lungomare. Più che una colorata coreografia, è lo stesso Michalis a definirla «una sorta di rito dionisiaco». D’altronde, le ricerche antropologiche del regista internazionale Theodoros Terzopoulos, autore del libro ‘Il ritorno di Dionysos’ di cui Traitsis ha curato la traduzione, conducono proprio da queste parti della Grecia. Una nazione che iscrive nei propri almanacchi calcistici per la terza volta il nome del Paok. L’alba riluccica nel buio. E il brano degli Iron Maden ‘Fear of the dark’, cantato in coro dai sostenitori di Salonicco, oltre a rivelare un’anima decisamente heavy metal, indica che ogni paura può essere esorcizzata. Tornando al paragone mitologico iniziale, il canto melodico delle sirene di Ulisse pare sbiadire con la luce del giorno. La gioia è un crescendo di istanti che vibrano. È tempo di godersi la festa. Il Paok è campione di Grecia dopo trentaquattro interminabili anni.

Giuseppe Malaspina