La tentazione di vedere Petagna, centravanti della Nazionale

C’era una volta il calcio di rinvio. Quel momento in cui il pallone, calciato con forza dal portiere o da un terzino per riprendere il gioco, finiva per sorvolare oltre tre quarti di campo e piombare quasi in prossimità dell’area avversaria. L’imperativo in uso nelle vecchie scuole era di scagliarlo il più lontano possibile. Una volta atterrato, era molto frequente che finisse in possesso della squadra rivale. Inconvenienti sopportabili, legati a una tradizione ancorata alle marcature a uomo, e alla priorità assegnata alla liberazione convulsa della sfera dalla zona più delicata di propria pertinenza, rispetto alla costruzione ragionata della manovra. Intendiamoci, il calcio di rinvio non è stato ancora abolito. Eppure, è sempre più ricorrente che esso venga battuto corto e lateralmente, da parte dell’estremo difensore nei confronti del compagno di reparto alla sua desta o sinistra. L’obiettivo è di percorrere una corsia esterna come primo step per impostare l’azione. Dalla prossima stagione, inoltre, le rimesse dal fondo non richiederanno più l’assenza dei compagni di squadra dall’interno dell’area di rigore. Un incentivo in più per il passaggio breve e controllato, rispetto alla parabola aerea difficilmente gestibile nella fase della caduta. Se le dinamiche del calcio moderno prediligono originarsi da tocchi rasoterra, è interessante notare come le conseguenze si riverberino in ambito offensivo. Quando, cioè, l’azione tende a concludersi. Qualche nostalgico potrà obiettare che a trarne svantaggio, saranno coloro che solitamente fanno leva sul gioco aereo. Ma, se si analizzano attentamente i casi, le cose non stanno proprio così. Anzi, ci sono attaccanti che si sono adeguati, in un certo senso, al cambiamento dei sistemi di gioco. Riuscendo a far coabitare il colpo di testa, magari dosandolo durante le situazioni di palla da fermo, con il guizzo negli spazi stretti. A questo proposito, un nome che mi viene in mente è quello di Andrea Petagna. Una punta che, sulla scorta di quanto prodotto in questo campionato, potrebbe ben figurare al centro di un eventuale tridente azzurro della Nazionale. Il bomber spallino, fino ad adesso, si è distinto quest’anno per la messa a segno di quattordici marcature. Al di là della micidiale capacità conclusiva dal dischetto, e al netto della corporatura prodromica a un gioco prettamente aereo, l’attaccante triestino classe 1995, è provvisto di un prezioso mix fra precisione, potenza e lettura delle azioni. Se ci si sofferma sulla sua stazza fisica e su una statura di 188 centimetri, immaginandolo come un classico centravanti boa poco incline al fraseggio coi compagni attraverso i piedi, si commette un profondo errore di valutazione. Osservandone la prestazione nel corso della vivace partita contro l’Empoli, in una sorta di scontro salvezza, a emergere sono state proprio quelle caratteristiche che fanno del numero 37 biancazzurro un prospetto utile alla Nazionale. È soprattutto il secondo gol a indicare la completezza dei suoi skills. L’azione si sviluppa sul lato sinistro della trequarti toscana, Sergio Floccari riconquista palla e appoggia orizzontalmente verso Andrea Petagna. Il centravanti mancino riceve, spalle alla porta, con il piede sinistro. La sua posizione è al limite centrale dell’area di rigore, ma il movimento di rotazione antiorario che compie per aggiustarsi il pallone sul piede destro è calibratissimo. Come perfetto è l’impatto fra la palla e il piede debole. Né troppo forte al punto da sfilare all’esterno, né troppo morbido da rischiare una presa semplice del portiere. La bordata si dirige in rete a fil di palo, perforando la porta con precisione. Ma è anche all’interno dell’area che Petagna pesca dal suo repertorio di punta moderna. Nella doppietta ai danni dell’Atalanta, prima si avventa su una palla respinta dal portiere dopo un colpo di testa di Felipe, e poi si divincola dalla marcatura di due avversari, per concludere a rete dal lato sinistro dell’area di rigore. Una versatilità che, nel contesto calcistico odierno, fatto di scambi fulminei e azioni che si articolano spesso con palla a terra, potrebbe rappresentare un’arma in più per la formazione azzurra. Con un 4-3-3, ispirato dal modello di matrice sarrista, per esempio, Petagna potrebbe giovarsi del supporto sulle fasce di uomini come Federico Chiesa o Lorenzo Insigne, Federico Bernardeschi o Moise Kean. E, considerando lo stato altalenante di forma di altri attaccanti azzurri con più presenze, lo spallino potrebbe essere una valida alternativa. Se una volta i movimenti della palla nelle zone dense di giocatori sembravano spinti da forze centrifughe, con la sfera allontanata a furia di lanci lunghi che la rincorrono, adesso appaiono forze centripete, quelle che determinano gli spostamenti. Fraseggi ravvicinati, controllati maggiormente con palla sul terreno di gioco, senza disdegnare i colpi delle antiche tenzoni dell’uno contro uno. Ecco, dunque, l’importanza di un centravanti moderno, con un bagaglio tecnico su cui fare affidamento al momento giusto, qualità fisiche da far valere in eventuali contrasti, e un’abilità nel gioco aereo da sfruttare su palla inattiva. Un centravanti cresciuto con l’imprinting della prima punta, ma disposto a tenere l’abc in standby finché sarà la situazione a richiederlo. E pronto a calarsi, nel frattempo, nei panni di lesto dialogatore coi compagni. Una sorta di ‘vero nove’ che studia l’approccio alla partita di un ‘falso nove’, ma non dimentica i principi sui quali ha costruito la sua originaria posizione di gioco. D’altronde, è lo stesso Petagna a riconoscere di aver cambiato il proprio modo di giocare nel tempo. Così, lo stage a Coverciano appena conquistato, sembra un felice ritorno a indossare una maglia che vestiva ai tempi dell’Under 21. E la tentazione di vederlo in mezzo al tridente della Nazionale, è qualcosa di più di un videogioco.

Giuseppe Malaspina