La più bella squadra che non ho mai visto

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Il tempo che scorre amplifica il peso delle ricorrenze, ma riduce la quantità dei testimoni in vita che hanno assistito a un evento. Un’ovvietà che perde di consistenza, tuttavia, quando a esercitare la memoria sono anche le giovani generazioni. L’attenzione che la modernità riserva oggi al calcio consente quindi un esercizio di astrazione su come giocasse quel Grande Torino, agli occhi di chi non ebbe occasione di ammirarne le dinamiche per questioni meramente anagrafiche. E gli appassionati di questo sport, che continua a essere un collante sociale nei bar, nelle piazze, e in ogni altro luogo di carattere popolare e comunitario della nostra penisola, attraverso il supporto di documenti o altre testimonianze dell’epoca, possono provare a dare forma a quella squadra dalla dimensione leggendaria, i cui interpreti magistrali riposano per sempre negli almanacchi. Valerio Bacigalupo era un portiere appena sotto un metro e ottanta centimetri di statura, atleticamente dotato e avvezzo a un gioco acrobatico, come si evince da alcuni suoi balzi immortalati in foto in bianco e nero. Aldo Ballarin era un terzino destro più votato al pragmatismo che all’estetica, come il suo elegante compagno di reparto sul fronte opposto. Quel Virgilio Maroso, tanto provvisto di bagaglio tecnico quanto disciplinato sul piano della correttezza in campo. Entrambi, alle prese con la prima fase della rivoluzione tattica del calcio, dall’approccio difensivo del ‘metodo’ al maggiore equilibrio del ‘sistema’. In mezzo a loro, un difensore centrale come Mario Rigamonti. Forse il più inizialmente acerbo del pacchetto arretrato, che affina i suoi interventi strada facendo. Magari, con la stessa ‘técne’ che gli diventa propria in virtù della passione per la motocicletta. Sulla linea mediana agisce l’ambidestro Giuseppe Grezar. Si legge di lui, del prezioso lavoro di copertura, al quale è integrata una notevole capacità di uscire palla al piede dai contrasti, per impostare la manovra con passaggi corti e triangolazioni. Per una curiosa simmetria, anche il centrocampista Eusebio Castigliano era ambidestro. L’eclettismo generato dalle armonie di quella formazione, probabilmente suggeriscono un suo cambio d’impiego, da mezzala a mediano. Una cerniera che conduce verso il reparto più vicino alle linee avversarie. E allora spazio a Romeo Menti, l’ala destra con il vizio del gol e l’amore per la Fiorentina. Mentre, sull’altro versante, opera un concreto e versatile Franco Ossola, nato originariamente centravanti. Ezio Loik era una generosa mezzala destra, con una resistenza funzionale a fare da supporto al gruppo. Guglielmo Gabetto era il terminale centrale dell’attacco, una prima punta abile a dribblare e a realizzare gol di pregevole fattura, soprannominato ‘barone’ prima di Niels Liedholm e di Franco Causio. Su Valentino Mazzola, e sulla sua capacità di adempiere a qualunque ruolo, è stato già scritto di tutto. Il dato curioso è che, presi singolarmente, ciascuno di questi titolari granata non riesce a collezionare dieci presenze in Nazionale. Valentino arriverà ad appena dodici. Un periodo condizionato dalla guerra prima, e dalla sciagura aerea di Superga poi. Che ucciderà i sogni anche di nuove certezze come Danilo Martelli, o di giovani promesse come Rubens Fadini. In questi anni, ho letto tanto del ‘quarto d’ora granata’, della carica che parte dai tre squilli di tromba, del capitano Mazzola che si rimbocca le maniche e dà il via alla riconquista del gioco e della partita. Aneddoti che servono a ricostruire pezzi di un puzzle che non potrò mai vedere nella sua bellezza originaria. Ma che la passione verso l’idea stessa di bellezza potrà raccontarmi, attraverso il grimaldello della memoria.

Giuseppe Malaspina