Rivedere l’Italia ai Mondiali

Immagine dal profilo Instagram di Sara Gama

Il 2018 è stato l’anno zero per il calcio italiano che, con la clamorosa esclusione della Nazionale maschile dai Mondiali di Russia, ha fatto un salto indietro di sessant’anni, al 1958, unico precedente in cui gli azzurri non riuscirono a qualificarsi per un campionato del mondo. È nei periodi di crisi che, solitamente, avvengono i cambiamenti più radicali e, chissà, con le ragazze del C.T. Milena Bertolini impegnate al Mondiale di Francia che inizierà il prossimo 7 giugno, forse anche l’Italia pallonara, così rigidamente maschilista, potrà, finalmente, fare un salto di mentalità e accorgersi dei progressi fatti dal calcio femminile in questi anni.

Fino a non molto tempo fa il calcio femminile, in Italia, era relegato a un ambito poco più che folkloristico, roba da filmetto anni ‘70: basti pensare che proprio ai vertici del calcio italiano c’era chi considerava le ragazze «handicappate» rispetto ai maschi, oppure, con sprezzo «quattro lesbiche» che non valeva la pena finanziare. Sono passati solo pochi anni da quegli episodi, che scatenarono la sacrosanta indignazione dell’intero movimento calcistico femminile, ma possiamo dire che passi importanti, in direzione della pari dignità, siano stati fatti anche in questo settore.

Certo, niente a che vedere con gli Stati Uniti, dove il calcio femminile è una cosa seria, gli stadi sempre pieni e gli sponsor generosi. Rispetto alla nostra realtà, in cui storicamente il calcio è considerato uno sport per maschi, là la prospettiva è totalmente capovolta: le ragazze che intendano fare uno sport di squadra, fin dalla tenera età sono incoraggiate a praticare il soccer, considerato meno pericoloso del football, e questo ha permesso alla Ussf (la federazione calcistica statunitense) di avere una vastissima base da cui selezionare le atlete. Non è un caso se la Nazionale femminile U.S.A. sia la più vincente in assoluto, con tre titoli mondiali e quattro olimpici, oltre a essere la sola interamente composta da calciatrici professioniste. Fare un periodo di apprendistato nel soccer sta diventando essenziale anche per le giovani calciatrici italiane, come dimostra l’esperienza della ferrarese Eleonora Goldoni, che nel 2015 si è trasferita alla East Tennessee State University per studiare e giocare nelle Lady Bucaneers, la squadra di calcio femminile dell’università, che partecipa al campionato Ncaa. Nel frattempo, Eleonora ha già avuto modo di esordire in azzurro, partecipando anche ad alcune gare di qualificazione al prossimo Mondiale.

Un contributo fondamentale al rilancio del calcio femminile italiano, anche e soprattutto in termini di aumento del numero delle praticanti, l’ha dato, senza dubbio, l’apertura, da parte delle principali squadre, di una propria sezione femminile. C’è, poi, la maggiore attenzione mediatica, con Sky che ha acceso i suoi riflettori sul campionato di serie A, trasmettendo ogni domenica una partita, fino a quell’autentico spettacolo che è stato vedere lo Juventus Stadium sold out per Juventus-Fiorentina, la gara che ha deciso la stagione. Oggi, calciatrici come Sara Gama, capitano della Juventus Women e della Nazionale sono diventate autentiche star. E, ovviamente, è importante che le azzurre siano tornate a qualificarsi al mondiale, a vent’anni di distanza dall’ultima partecipazione. Ma, a mio parere, ciò che più di ogni altra cosa ha fatto sì che un po’ di attenzione si spostasse verso il calcio femminile, è lo stato di assoluto ‘sputtanamento’ in cui versa quello maschile, in crisi non solo di risultati, quanto, soprattutto, di gioco. Assistere, oggi, a una partita della serie A maschile è un esercizio che coinvolge esclusivamente la sfera emotiva, tanto povero di qualità è lo spettacolo, prigioniero di un tatticismo mediocre che imbriglia la creatività. Le ragazze di Milena Bertolini potranno dire di avere raggiunto il loro obiettivo se riusciranno non certo a vincere i Mondiali, questo sarà affare delle solite U.S.A., Germania, Giappone e poche altre, quanto piuttosto a farci divertire con un calcio tecnico, magari un po’ naif, ma finalmente libero da contorcimenti tattici e pressioni di ogni genere.

Come scriveva Eduardo Galeano in ‘Splendori e miserie del gioco del calcio’, «Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: “Una bella giocata, per l’amor di Dio”. E quando il buon calcio si manifesta, rendo grazie per il miracolo e non m’importa un fico secco di quale sia il club o il paese che me lo offre».

Ecco, speriamo che le azzurre possano fare il miracolo.

Enrico Frabetti