Senza Brasile-Argentina, non è Copa América

In principio fu Italia ’90. La sfida che impresse nel mio immaginario sportivo il confronto per eccellenza più rappresentativo fra le Nazionali sudamericane, fu l’ottavo di finale del Mondiale di casa nostra. Allo stadio Delle Alpi di Torino andò in scena l’ennesimo atto di un’epica di gioco che infiamma da sempre i tifosi di quella porzione di globo nei pressi dell’Equatore. Da un lato i verdeoro del Brasile, all’epoca allenati da Sebastião Lazaroni. Dall’altra, la compagine albiceleste dell’Argentina, del commissario tecnico Carlos Bilardo. Entrambe le squadre, trascinate da una sorta di effetto alone, per il prestigio e il talento degli uomini che le componevano. Un pezzo di Napoli che si scindeva in campo, se si considera che al centravanti Antonio Careca e al centrocampista Alemão della seleção, rispondeva Maradona per la selección. Due scontri tra forze contrapposte destinati talvolta a semplificazioni manichee, la samba contro il tango. E due approcci di gioco tendenti a virare verso altrettante filosofie, l’apollineo contro il dionisiaco. L’armonia solare del gesto atletico brasiliano contro l’ebbrezza creativa del guizzo tecnico argentino. Divagazioni figlie del fascino che una contesa calcistica riesce a generare. Trascurando il dettaglio che a risolvere il duello sarà la contingenza di un episodio. Per la cronaca, la partita si chiude con la vittoria dell’undici capitanato da Diego che, con un’intuizione degna della sua classe, dalla destra pesca il compagno Caniggia nel cuore dell’area di rigore. Aggancio dell’atalantino, finta sul portiere Taffarel, e zampata sinistra vincente in rete. In un video condito da telecronaca argentina, reperibile ancora su internet, si ode anche il ta-ta-ta-ta che contrassegnò il ‘gol del secolo’. Perché, in fondo, quel match non è solo il segmento di un campionato del mondo, ma è la tappa di un percorso infinito che dispone di fronte le due Nazionali più amate del Sudamerica. E, proprio in occasione della semifinale della Copa América, il mio ricordo non può non tornare a quell’appuntamento. Nella notte di mercoledì, alle 2.30 italiane, si consumerà il penultimo atto della manifestazione internazionale con un confronto fra Brasile e Argentina. Un punto di approdo, al quale le due selezioni arrivano in maniera diversa, seppur con analoghe e intense motivazioni. Cammino inizialmente in discesa per i verdeoro, privi dell’attaccante Neymar, e successivamente complicato nella partita contro il Paraguay, domato soltanto ai calci di rigore. Dall’altra parte, il gruppo di mister Lionel Scaloni e del fantasista Leo Messi, ha fatto propria la massima nietzschiana, secondo la quale ciò che non uccide rafforza. Quattro punti strappati con le unghie nel girone B del torneo, e un lasciapassare conquistato ai danni del Venezuela agli ottavi di finale, in una progressiva riappropriazione della consapevolezza dei propri mezzi. E nella scoperta della essenzialità di un centrocampista duttile come Rodrigo De Paul. Certo è che, carte alle mani, il divario fra le due squadre è ancora sbilanciato da un lato. Ma la bellezza di questo sport e il fascino di una sfida che profuma di derby, rende ancora più appetibile la visione della partita. Che probabilmente si articolerà in funzione di due moduli, il 4-2-3-1 brasiliano e il 4-3-3 argentino, e dell’approccio alla gara dei rispettivi uomini-chiave. Se i verdeoro, infatti, possono contare sulla solidità di una linea mediana composta da Casimiro e Arthur o Allan, e da una trequarti occupata da giocatori frizzanti come David Neres, Coutinho e Gabriel Jesus, la formazione albiceleste pare abbia trovato il suo assetto a centrocampo con la rivelazione De Paul, oltre alla garanzia Leonardo Paredes e la novità Marcos Acuña. Riflettori puntati, dunque, su quella porzione di campo dove si svilupperà il baricentro del gioco. Con un occhio alle giocate di Messi, e di quel numero 10 sulla sua maglia, che tanto lo rende leggero quanto lo schiaccia di responsabilità sportive. A dargli supporto, i colpi di Sergio Agüero e le incursioni di Lautaro Martínez. Come risposta all’agilità di Roberto Firmino che la scuola Liverpool ha reso più cinico sotto porta. Ecco, gli ingredienti per un classico destinato a rinnovarsi sono già sulla tavola.

Giuseppe Malaspina