Il Dottore e la squadra del popolo

Immagine da Youtube

«Nessun uomo può emanciparsi altrimenti che emancipando tutti gli uomini che lo circondano».

Probabilmente aveva letto questa frase di Bakunin o, data la passione per gli studi classici trasmessagli dal padre, ‘La Repubblica’ di Platone, del cui protagonista portava il nome. Fatto sta che Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, per tutti solo Sócrates, è passato alla storia, oltre che come un grande e raffinatissimo calciatore, anche per essere stato l’artefice di quella curiosa e straordinaria utopia applicata al calcio che è passata alla storia come Democracia Corinthiana.

Siamo agli inizi degli anni Ottanta del Novecento, il Brasile, da quasi vent’anni, si trova sotto il tallone di ferro della dittatura militare, una delle tante che in quegli anni insanguinavano il Sudamerica, col beneplacito e la complicità degli Stati Uniti. Da poco si sono conclusi i Mondiali di Argentina, forse l’edizione più controversa, spudoratamente strumentalizzata dalla giunta golpista del generale Videla per darsi una facciata di rispettabilità agli occhi del mondo, mentre nelle prigioni di Buenos Aires migliaia di oppositori politici venivano torturati e fatti sparire. In questo contesto politico, nel 1981 a San Paolo, la città più importante del Brasile dopo Rio de Janeiro, si assiste a un avvenimento apparentemente insignificante: terminato il suo mandato, Vicente Mateos lascia la presidenza del Corinthians a Waldemar Pires. Il Corinthians, da tutti conosciuto come Timão, è una delle squadre più importanti del Brasile: la squadra del popolo, fondata nel 1910 da calzolai e muratori, che si contrappone alle altre due squadre della città, il San Paolo, che rappresenta la ricca borghesia, e il Palmeiras, squadra della comunità italiana. Come responsabile organizzativo del club, Pires nomina Adilson Monteiro Alves, un giovane sociologo dalle idee rivoluzionarie, che ribalta il luogo comune consolidato secondo cui una squadra di calcio deve essere governata da un uomo solo al comando, sia esso l’allenatore o, più spesso, il presidente. Alla gestione del club avrebbero partecipato tutti, dai giocatori all’allenatore, dai magazzinieri all’ultima delle maschere che vendevano i biglietti allo stadio e il voto di ognuno avrebbe avuto lo stesso valore. In questo modo si decidevano gli orari degli allenamenti e dei pasti, la squadra da mettere in campo e i giocatori da acquistare e vendere. Era l’inizio della Democracia Corinthiana.

Naturalmente, questo esperimento sociologico non avrebbe potuto avere il successo che ebbe se non fossero esistite alcune figure di spicco all’interno di quello spogliatoio, tre grandi calciatori dotati anche di una coscienza politica particolarmente forte: Wálter Casagrande, che poi ebbe una buona carriera in Italia, giocando con Ascoli e Torino, Wladimir Rodrigues do Santos che, terminata la carriera di calciatore lavorò come sindacalista e, soprattutto, lui, O Doutor, Sócrates.

Sócrates è stato un intellettuale prestato al calcio. La sua eccentricità era ben rappresentata anche dal suo fisico, dato che era alto oltre un metro e novanta, ma portava il trentasette di scarpe. Giocatore dotato di una tecnica straordinaria, considerava il calcio una forma d’arte e affermava: «Noi calciatori siamo artisti, e gli artisti sono gli unici lavoratori che hanno più potere dei loro capi». In realtà, il calcio era solo uno dei suoi innumerevoli interessi: laureato in medicina, a quella dei suoi colleghi preferiva la compagnia di scrittori, poeti e musicisti, con cui amava discutere a lungo, specie di notte, meglio se la discussione veniva accompagnata da bevute epocali. Con lui, Casagrande e Wladimir Rodrigues in campo e quella sorta di anarchia ordinata a reggere tutto, il Corinthians tornò a vincere dopo anni di bocconi amari, conquistando due volte il campionato paulista nel 1982 e nel 1983. Sulle maglie, i calciatori portavano scritte provocatorie inneggianti alla democrazia e alla libertà e durante la finale del campionato del 1983, giocata contro i rivali cittadini del San Paolo, scesero in campo reggendo uno striscione con su scritto ‘Vincere o perdere, ma sempre con Democrazia’.

Nel 1984, amareggiato per la bocciatura della proposta di legge che reintroduceva il suffragio universale e l’elezione diretta del Presidente, Sócrates lasciò il Brasile e se ne andò in Italia, alla Fiorentina. Finiva, così, con l’intransigenza delle scelte importanti, la Democracia Corinthiana. Ebbe, però, modo di raccogliere, sia pure da lontano, i frutti di quella che fu anche una sua battaglia solo un anno più tardi, nel 1985, quando la giunta militare, ormai irrimediabilmente indebolita, cadde e il Brasile tornò ad essere uno stato democratico. Nel frattempo, due anni prima, come conseguenza dell’assurda Guerra delle Malvinas, era crollato il regime militare argentino, mentre nel 1988 cadeva anche la dittatura di Pinochet in Cile, a seguito di un referendum popolare, come descritto anche in un bel film di Pablo Larraín.

L’unicità di Sócrates è dimostrata anche da altri due episodi. Quando, al suo arrivo in Italia, alcuni giornalisti gli chiesero chi, tra Mazzola e Rivera, fosse l’italiano che stimasse di più, lui rispose, serafico: «Non li conosco. Sono qui per leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio». Nel 1983 aveva confessato che il suo desiderio più grande era quello di morire di domenica, con il Corinthians campione. E, come per un incantesimo magico, la sua profezia si avverò il 4 dicembre del 2011, quando il suo fisico, fiaccato dall’alcol e dalle troppe sigarette, lo abbandonò proprio di domenica, la sera in cui il Timão festeggiava la vittoria nel campionato paulista. Allo stadio Pacaembu di San Paolo, prima del derby col Palmeiras, i giocatori e i tifosi del suo Corinthians lo salutarono nell’unico modo possibile, con il pugno chiuso levato verso il cielo, alla maniera in cui O Doutor, un uomo che si era battuto per l’emancipazione di tutti gli uomini, festeggiava per un gol.

Enrico Frabetti