La grammatica del dolore

Immagine dal profilo Facebook ufficiale del Bologna Fc 1909

Nel delicato rapporto fra fatti e loro rappresentazione, le parole hanno acquisito un’importanza via via crescente. Non è esente il terreno dello sport, peraltro sempre più interconnesso con altri ambiti, dove l’impresa o l’accadimento di rilievo necessita dello sbocco in un racconto. Nell’epoca dei social network, peraltro, non è raro che il primo a parlare sia il diretto interessato. Che la situazione o la condizione, della quale si trova a essere protagonista venga raccontata dalla sua stessa voce. A questo proposito, ho pensato parecchio alle parole di Siniša Mihailović, nel corso della conferenza stampa del 13 luglio scorso. Davanti ai giornalisti, l’attuale allenatore del Bologna ha dichiarato di essere affetto da una forma acuta di leucemia, e di essere intenzionato ad affrontarla sottoponendosi a cure immediate. Al suo fianco, il direttore sportivo Walter Sabatini confermava pubblicamente la fiducia della società nei suoi confronti, garantendogli il massimo supporto. Nel mettersi a nudo di fronte alla stampa, non senza nascondere per un momento gli occhi lucidi, Siniša ha confessato di aver preso una bella botta, di essersi chiuso in casa a riflettere, di avere pianto, di aver visto passare tutta la propria vita davanti. Ma soprattutto di non provare paura nei confronti della malattia, deciso a combatterla il prima possibile e convinto di vincerla. Ovviamente, è il buonsenso a suggerire che quel coraggio comunicato a parole non è altro che una paura da esorcizzare, ancorata a un disperato attaccamento alla vita che accomuna tutti coloro hanno vissuto, o vivono, un’analoga esperienza. E così, nel piglio combattivo del suo lessico usato, ho letto una decisa carica motivazionale. Che non ha potuto che suscitarmi un sentimento di affetto. Le reazioni di tifosi e supporter di altre squadre si sono tradotte in numerose manifestazioni di empatia e di solidarietà. In più occasioni, è ritornato il termine ‘eroe’, o ‘guerriero’. Di rovescio, c’è stato anche qualcuno che ha fatto notare l’inopportunità di tale frasario ereditato dalla retorica militare. Sovraccaricare il paziente di una grave patologia attraverso una ‘chiamata alle armi’, una prova muscolare di forza sarebbe irrispettoso sia nei suoi riguardi, che in quelli di chi versa in simili condizioni. Allora occorrerebbe regolare la valvola delle parole. Già, le parole. Quelle che il personaggio principale del film ‘Palombella rossa’ definisce importanti, e che uno dei protagonisti della serie ‘Romanzo criminale’ qualifica come pericolose. Per le conseguenze che potrebbero innescare. Chissà in quanti si chiedono, invece, quali azioni siano la causa di determinate parole. Se i vestiti che le persone scelgono di usare per dar voce ai propri pensieri siano figli di una ‘nudità’ precedente. Di un trauma. Di una guerra. Nel passato della Jugoslavia, della quale Mihailović è stato cittadino e calciatore, c’è una guerra che ha dilaniato popoli, amicizie, famiglie. C’è un orrore di nazionalismi orizzontali e bombardamenti verticali che si fa fatica a metabolizzare da fuori, figuriamoci da chi in quel perimetro ha vissuto. E ha visto barcollare perfino la propria morale. Ecco, in questo campo minato, anche fuori metafora, trovare uno strumento per esternare il proprio dolore schivando il rischio di ferire se stesso o gli altri, non è qualcosa di automatico. Forse dovremmo soffermarci sul senso delle parole piuttosto che sulla loro letteralità. Finiremmo con il coltivare più dubbi e meno certezze se guardassimo a loro come mezzi e non come fini. In fondo, le parole sono importanti, le parole sono pericolose. Ma le parole sono reversibili.

Giuseppe Malaspina