Acquisire il settimo senso a centrocampo

Se la narrazione della Roma fosse una serie tv animata, probabilmente il mio pensiero correrebbe alla saga de ‘I Cavalieri dello zodiaco’. Sarà per lo scenario antico e magnificente, raccontato in una sorta di presente apocalittico. Per quella classicità decadente, ma mai realmente decaduta. Per quei luoghi così distanti dal loro passato, eppure incapaci di prescindere dalle loro radici. Un legame segnato da costellazioni tatuate sulla pelle dei loro tifosi come una vecchia ninna nanna. Ecco, immagino un supporter di quei colori che ritaglia nella stanza da letto un piccolo pantheon con i suoi cavalieri d’oro. La luminosità dei simbolismi afferenti ai troni finirebbe con l’attribuire a ciascuno dei più rappresentativi esponenti della fazione apollinea, i gradi di potere di un regno virtuale. Roberto Pruzzo, ‘O rey di Crocefieschi’. Giuseppe Giannini, ‘il principe’. Paulo Roberto Falcão, ‘L’ottavo re di Roma’. Titolo, quest’ultimo che probabilmente gli sarebbe stato conteso dall’omnicomprensivo Francesco Totti. Senza tralasciare, però, l’altra faccia della medaglia della classe giallorossa. Una dimensione dionisiaca che ospita personalità come Amedeo Amadei, ‘er fornaretto’. O come Bruno Conti, ‘MaraZico’. In un mondo distopico quanto un videogioco come l’immaginario sportivo romanista, che poi è come l’immaginario sportivo di qualsiasi altra squadra, chissà dove troverebbe la sua collocazione Daniele De Rossi. Sulle strade sterminate del web, scorgo che il soprannome che lo accompagna fin da giovane è ‘capitan futuro’. Due parole che sembrano allo stesso tempo una predestinazione, e un’occasione per reinventarsi. Perché dopo una vita calcistica nella Roma, cominciata ufficialmente nel 2001, e dopo il traguardo delle seicento partite raggiunte, la società comunica di non rinnovargli il contratto. E allora, il centrocampista campione d’Europa Under 21 nel 2004 e campione del mondo nel 2006, ricalibra il proprio percorso. E sceglie di fare un salto transoceanico in terra d’Argentina, per rinforzare le fila del Boca Juniors. Una decisione che traccia un nuovo tassello in una carriera forgiata sulle zolle infinite di terra che disegnano il centrocampo. Daniele De Rossi solca dapprima il territorio fascinoso della trequarti. Quell’Eldorado più immaginifico che realistico dove sognano tutti i calciatori innamorati dei sentieri verso la porta. Le notevoli doti tecniche lasciano presagire uno sviluppo di ruolo in tale porzione di campo, ma il centrocampista coltiva un temperamento tenace e un’attitudine ragionata al contrasto che progressivamente lo conducono a interrompere il gioco avversario e a rilanciare l’azione. Un culto per la fase di contenimento rinvigorito anno per anno, fino anche a un impiego episodico nel pacchetto arretrato. Il numero 16, la barba e le iniziali DDR sono elementi che contribuiscono a renderlo sempre più riconoscibile, ma il romano classe 1983 evidentemente appartiene a quella categoria di calciatori che si smarcano dall’immagine cucita loro addosso. Eppure, la sua indole pervicacemente romanista non smette di fuoriuscire, soprattutto dopo prove brillanti ma non determinanti nel risultato. «Ho solo un unico rimpianto, quello di poter donare alla Roma una sola carriera», la frase che più esprimerà un amore sbocciato da piccolo e curato da adulto. Adesso il cavaliere riparte da un’altra avventura, in uno stadio, la ‘Bombonera’, che assorbì il primo cosmo del più grande del firmamento. Quel Diego Armando Maradona che Daniele non fece in tempo ad affrontare da avversario perché la sua è stata la generazione calcistica appena successiva. A Buenos Aires troverà un campionato aggressivo fisicamente, e le sue caratteristiche tattiche e atletiche saranno alle prese con una nuova sfida. Il futuro è tutto da scrivere per colui che fatto il capitano dopo l’era di Totti. Nella trama fantasiosa dei Cavalieri di Atena, il settimo senso era la più completa espansione della propria forza. Un espediente narrativo per testimoniare la necessità di una crescita. La vita concentrica di un calciatore come DDR ha maturato nel tempo ennesimi settimi sensi. Sia con la maglia giallorossa della Roma che con quella azzurra della Nazionale. Oggi indossa una casacca azzurra e oro. In fondo, è come se stesse forgiando la sua ultima e inossidabile armatura.

Giuseppe Malaspina