C’era una volta la barriera che ci sarà

Immagine dalla foto di Franco Richiardi, nel libro 'Obiettivo sul calcio'

Porto delle brame di chi smania per attraccarvi ma anche tesoro da proteggere da parte dei propri fedeli custodi, a seconda dei diversi punti di vista, l’area di rigore è teatro di immemori ed epiche contese. Quella porzione di campo davanti alla lunetta, poi, conosce il suono dei contrasti e dei duelli giocati sul terreno dell’agonismo come forse nessun’altra che compone il tappeto verde. Occorre quindi intervenire presto, al limite della linea bianca, altrimenti sarà occasione da rete, o magari l’arbitro fischierà un penalty. E allora giù senza bussare, per dirla come Loredana Bertè in un successo pop dell’inizio degli anni Ottanta. Diretti sulla palla e, se l’attaccante avversario è più lesto, pazienza! Vorrà dire che sarà calcio di punizione. Tanto, la nostra è una barriera folta e compatta. Gioco con le trame ipotetiche dei difensori di oltre tre decadi fa, e immagino le loro strategie prima della battuta di un temibile calcio di punizione. E negli anni in cui il pallone italiano grondava di specialisti dai tiri piazzati, ogni occasione era davvero un’incognita. C’era chi preferiva il colpo di fioretto chi la fucilata micidiale, chi optava per un morbido colpo a giro e chi la sparava nel mucchio auspicando magari una perfida carambola. Già, perché a insidiarsi fra le maglie avversarie, disposte simmetricamente in barriera, c’erano anche i compagni di squadra. Pronti a complicare la fase difensiva durante il calcio piazzato. Non sarebbe forse stata sufficiente la tecnologia Var più moderna a misurare il grado di intensità dei numerosi contatti in barriera, fra sgomitate e trattenute, pressioni e spinte. Senza trascurare, inoltre, il ruolo di chi ostruiva la visuale al portiere per scansarsi al momento del tiro e liberare una corsia costruita con sagacia. Ecco, se il calcio nel corso dei decenni ha trovato il modo di diventare uno sport professionistico avvincente, lo si deve anche al contributo fisico dei suoi innumerevoli mestieranti. Professione e mestiere, vocaboli che si specchiano l’uno nell’altro in un gioco di rimandi che finiscono per saldare insieme eleganza e ruvidezza. Ripenso al gesto della battuta del calcio di punizione, a questo momento-bolla che tiene insieme l’alfa e l’omega della sua essenza di sport appena menzionate, proprio davanti alla notizia di una delle nuove modifiche al regolamento. Dalla prossima stagione calcistica, infatti, in caso di calcio di punizione i giocatori della squadra che batte non potranno più introdursi all’interno della barriera avversaria composta da tre elementi. Niente più situazioni di disturbo o potenziali varchi, ma l’obbligo di rispettare la distanza di almeno un metro dalla suddetta barriera. Intendiamoci, la possibilità di intrufolarsi lì dentro per creare scompiglio esisteva da tempo, ma non era una carta da giocare obbligatoriamente. Lo testimonia un’immagine pescata dal libro ‘Obiettivo sul calcio’, con testi di Bruno Perucca e Antonio Tavarozzi, e foto di Franco Richiardi. In un match fra Juventus e Udinese agli inizi degli anni Ottanta, si osserva di spalle il capitano friulano Franco Causio all’atto di calciare il pallone verso la porta bianconera. A frapporsi fra lui e l’estremo difensore, uno sbarramento ordinato di cinque uomini che da sinistra a destra rispondono ai nomi di Massimo Bonini, Roberto Bettega, Paolo Rossi, Zbigniew Boniek e Michel Platini. In mezzo al mucchio, nessuna traccia di un compagno del ‘barone’, probabilmente perché si confidava nella sua vena realizzativa attraverso lo strumento della parabola a giro. Eppure, la facoltà di disturbare la barriera da vicino oggi è espressamente vietata. Si è passati dall’uomo alla zona, finanche alla sfera come riferimento del gioco del calcio. E ogni cambiamento ha portato con sé piccole e significative modifiche regolamentari. Votate in alcuni casi a un maggior tasso di spettacolarità, con esiti talvolta controproducenti, o in altri verso una più decisa fluidità di gioco. Vedremo nei prossimi mesi se a giovarne sarà la tecnica del tiratore, oppure se verrà ristabilito una sorta di equilibrio fra chi attacca e chi difende. Quello che è certo è che, per quanto si proverà a ridisegnare gli angoli di un gioco così antico, ci saranno ancora degli appassionati pronti a sperimentare quanto quel gioco continui a esercitare attrazione. Che sia popolato da professionisti o da mestieranti. Che a tamponare l’energia di chi vuole segnare, sia un ostacolo misto o uniforme. Come un pallone che rotola, la ciclicità ci consegna una barriera che c’era. E che ci sarà.

Giuseppe Malaspina