Ode al gesto tecnico, figlio di una saracinesca

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Se le dimensioni di un campo di calcio sono legate a misure la cui variabilità è assai ridotta, salvo probabilmente nella rappresentazione dello storico cartone ‘Holly e Benji’, la fantasia di coloro che lo sognano fin da piccoli percorre invece autostrade illimitate. Una strada al riparo dal transito di auto, per esempio, e la superficie di una saracinesca chiusa di un garage, possono fungere da momenti di allenamento. I flashback estivi restituiscono questi semplici elementi di arredo urbano quando rimandano al tempo del calcio alla tedesca. Un tempo sospeso in quel limbo sottile fra la fine della scuola e la partenza degli amici per le vacanze. Non si era in tanti per giocare a calcio o a calcetto perché alcuni erano già partiti, e allora anche una porzione limitata di spazio serviva a catapultare i pochi rimasti in un’atmosfera da sfida. Bastava essere in tre, e la conta definiva chi fosse il portiere. Collocato a difesa della saracinesca in orari a prova di regolamenti condominiali, a lui spettava il compito di innescare l’azione con un rinvio di spalle agli altri. Il mio personale mondo di ricordi individua la pratica di questo gioco fra gli Europei del 1988 e i Mondiali del 1990. Anni in cui la maglia azzurra faceva da sineddoche ai gemelli del gol Vialli-Mancini, al ‘principe’ Giannini, a ‘Rambo’ De Napoli, a Totò-gol Schillaci delle ‘Notti magiche’, al non ancora ‘Raffaello’ Roberto Baggio. Ecco, gli eroi del calcio alla tedesca interpretato con le nostre regole da me e i miei amici di quell’epoca, in un certo senso antesignano dei giochi di ruolo che prenderanno piede più avanti, erano figli della Nazionale di Azeglio Vicini. Non aveva una durata standard, considerando che l’eliminazione del portiere di turno poteva compiersi inesorabile in una manciata di minuti, oppure protrarsi per ore. A rendere le dinamiche sempre più vivaci, erano i passaggi al volo. Quelli che nel gergo del giornalismo sportivo verranno qualificati come ‘fraseggi’. Palleggi ravvicinati di un colpo ciascuno fra i diversi giocatori che costruivano così una trama, fino ad agevolare il tiro a rete, anzi alla saracinesca, del compagno. In molte circostanze l’azione sembrava concludersi, e invece una finta dell’ultimo istante spiazzava il portiere permettendo il gol a un altro giocatore. Ricordo che il gol di piede, più semplice, togliesse all’estremo difensore un punto. Dal colpo di testa vincente al tacco malandrino la sottrazione di punteggio oscillava da due a cinque. Inevitabili erano chiaramente le contestazioni. Materia di contesa, la linea orizzontale inferiore sulla quale insisteva la saracinesca, a sua volta sormontata da una sottile struttura rialzata per consentire una chiusura ermetica. Ebbene, se la sfera oggetto di un pallonetto vi si infrangeva per uscire fuori dalla porta, il tiratore sarebbe dovuto finire in porta. Ma non tutti accettavano la sorte di buon grado. C’era chi sosteneva che un lembo di saracinesca avesse comunque prodotto una minima vibrazione, quindi no alla sostituzione e sì alla sottrazione di punti. Si andava avanti spesso a lungo come in un racconto pescato da ‘Maradona di Kusturica’, fino a percepire trasformazioni cromatiche del sole estivo, e quella dimensione di resistenza serviva ad affinare il bagaglio tecnico di ciascuno. Talvolta qualcuno calciava al volo, sostenendosi con un braccio sulla punta di un marciapiede circostante, in una sorta di parkour ante litteram. E se il risultato non era quello auspicato dall’autore del colpo, le risate finivano per accompagnare la performance. Al contrario, momenti irripetibili e brevemente intensi di autostima. Spazio dunque ad azioni culminate da tiri di controbalzo in fazzoletti di cemento, estraendo dal cilindro repertori cari magari a un Gianluca Vialli di allora, o a un Fabio Quagliarella o un Mirco Antenucci che verranno. Fare perno su eventuali ostacoli, cioè, per concludere in porta al volo, in un sapiente dosaggio fra energia potenziale e cinetica. A furia di togliere punti, quindi, gli sfidanti sarebbero rimasti in due. Così, questi ultimi se la vedevano ai rigori. E il tramonto di un nuovo sole scandiva quel limbo di inizio estate.

Giuseppe Malaspina