Se la distanza fra gli dei e i monelli è un campo di calcio

Immagine da Youtube

C’è un gesto tecnico pregevole di Éric Cantona che è riaffiorato dai miei ricordi, poco dopo avere sentito il suo discorso a Montecarlo, in occasione dei sorteggi di Champions league. In realtà, non so quanto senso avrebbe definirlo con tale aggettivo, considerandone l’esito, eppure l’eleganza e la sicurezza che ne accompagnarono l’esecuzione non potevano non lasciare il segno. Siamo nel cuore degli anni Novanta, nel corso di un’amichevole estiva. Una di quelle partite destinate a terminare con l’assegnazione di un trofeo e pertanto, in caso di parità nei minuti di gioco, con i calci di rigore. Non ho memoria della squadra avversaria e neppure del risultato finale. So che a calciare un penalty per il Manchester United, c’era lui. Andatura lenta che progressivamente si velocizza, scarpa pronta a impattare col pallone, e portiere che si protende verso l’angolino basso per tentare di catturare un tiro rasoterra. Poi, all’improvviso, la magia. La scintilla che destabilizza tutti. Il piede del numero 7 dei Red devils compie una torsione cha ancora oggi non riesco a spiegarmi. E la parabola disegnata dalla sfera è una linea curva, ma così rotonda come i tratti dei fumetti disneyani, al punto da finire morbida sopra la traversa. Mi sembra di rammentare che cada docile sull’esterno della rete della porta. Un non-gol forse più bello di un gol. Una sorta di cucchiaio ante litteram, in un tempo in cui davvero nessuno poteva prevederlo. «Se fosse entrata – raccontai al mio compagno di banco dell’epoca, una volta ripresa la scuola – probabilmente l’effetto non sarebbe stato lo stesso». Ecco, quel senso di scardinamento di un rito, messo in atto in maniera così bizzarra e raffinata, l’ho ritrovato proprio durante il breve monologo dello scorso 29 agosto. «Come mosche per i monelli, noi siamo per gli dei. Ci uccidono per spasso. Presto la scienza sarà in grado di rallentare l’invecchiamento delle cellule e di ripararle, e così diventeremo eterni. Solo gli incidenti, i crimini e le guerre ci uccideranno ancora. Sfortunatamente i crimini e le guerre si moltiplicheranno. Io amo il calcio. Grazie», la traduzione di un testo che in tanti non hanno esitato a ritenere criptico. Se è il contesto a misurare il peso specifico delle parole da usare, l’ovvietà ci porta a pensare che quella di Cantona sia l’ennesima provocazione di un personaggio anarchico. E i picchi di intensità raggiunti dalla sua biografia calcistica sembrano remare in tale direzione. Tuttavia, nella sua storia personale c’è un vissuto post-sportivo cinematografico, arricchito dalla collaborazione con un regista così legato alle radici umane come Ken Loach. Oltre a una tendenza verso la metafora più ricercata per veicolare dei messaggi. E il messaggio disseminato fra le sue parole, condite da una citazione shakespeariana, mi è sembrato dirompente soprattutto per la scelta del palcoscenico. Un luogo istituzionale dell’universo sportivo, popolato da dirigenti, calciatori, giornalisti di fama internazionale. Lungi da me azzardare un’interpretazione letterale di quanto pronunciato, eppure ho trovato degli interessanti rimandi alla libertà (nel caso specifico di diventare eterni), all’uguaglianza (compromessa dalla moltiplicazione future di crimini e guerre), e al rapporto non sempre facile fra i due principi (per esempio, sulle conseguenze sociali legate al processo scientifico). La dichiarazione di amore per il pallone non mi è parsa solo la conclusione di un discorso. Ma la chiusura di un cerchio. Come la curva disegnata in un’amichevole di circa un quarto di secolo fa. Che, a volte, presenta i confini opachi di qualcosa che non è mai avvenuta.

Giuseppe Malaspina