Quando libero è diventato un sostantivo

Immagine dal profilo Facebook di Franz Beckenbauer

Ci sono libri che finiscono per assumere una vita propria, talvolta al di là delle intenzioni dei loro autori. Così come ci sono spartiti, che nascono per essere riscritti dall’improvvisazione suscitata negli artisti alle prese con la loro lettura. Quello fra senso letterale e senso metaforico di un’opera d’arte, infatti, è un duello decisamente di antica data. Che sembra assecondare ciclici intervalli. Un concetto destinato a valere anche nello sport. Prendiamo la fase della difesa di una squadra di calcio, per esempio. E soffermiamoci su come, nel corso della storia, gli allenatori si siano trovati a rimescolare le carte più e più volte, valutando uno o più fattori variabili, per ottenere un rendimento vincente e convincente. Una delle figure-chiave della retroguardia, dall’inizio del secolo scorso è quella del difensore centrale. Nel cuore profondo dell’area di rigore, il suo compito è di frapporsi all’attaccante avversario prima che quest’ultimo tenti la bordata vincente. Già, ma in che misura coordinare il proprio intervento con il resto dei compagni di reparto, senza trascurare, peraltro, la funzione del portiere? Quale riferimento principale assumere fra la palla e il giocatore d’attacco rivale? Interrogativi, ai quali hanno cercato risposte differenti, ma egualmente fondate, numerosi allenatori del secolo scorso. Stando alla cronologia, uno dei primi a usare una difesa prodromica del catenaccio fu l’austriaco Karl Rappan. Una collocazione in campo di giocatori caratterizzata da una ridotta distanza fra il portiere e il difensore più arretrato, chiamato appunto a compiti di marcatura da ultima spiaggia. Il vocabolo di matrice anglosassone che acquisisce frequenza per definirlo è dunque ‘sweeper’. Parola che, tradotta letteralmente, significa ‘spazzatore’. Colui, cioè, che deve spazzare via la palla filtrata troppo avanti in area, sfruttando una dote d’anticipo sull’avversario. Viene da sé che, inizialmente, in tempi di basica marcatura a uomo, colui che ricopre questo ruolo deve più badare alla sostanza che alla forma. E, sebbene il vigore fisico nell’intervento costituisca un requisito indefettibile, non è detto che sia accompagnato da un corrispettivo bagaglio tecnico. Una sorta di battitore che, in Italia con l’organizzazione di gioco dell’Inter di Helenio Herrera e il consolidamento del catenaccio, finirà per standardizzarsi come modello difensivo svincolato dalla marcatura a uomo. Da qui al concetto di battitore libero, e all’interpretazione magistrale impressa al ruolo dal tedesco Franz Beckenbauer, campione d’Europa nel 1972 e del mondo nel 1974, il passo è relativamente breve. Il giocatore ha visione di gioco e talento, oltre naturalmente al pragmatismo tipico della sua funzione. La curiosità vuole che il soprannome di Franz, che ha festeggiato il suo settantaquattresimo compleanno lo scorso mercoledì 11 settembre, sia ‘Der Kaiser’, dal latino ‘Caesar’. Vale a dire, ‘imperatore’. Un imperatore ‘absolutus’, cioè ‘libero da qualsiasi vincolo’. Così l’aggettivo ‘libero’ sembra chiudere il cerchio. Secondo un aneddoto, è stato il giornalista Gianni Brera, del quale sono recentemente trascorsi cent’anni dalla nascita, a scrivere su una tovaglietta il termine ‘libero’, conferendo quindi dignità formale al ruolo. L’aggettivo che si libera del sostantivo, quasi a smarcarsi da una fedeltà a un modulo, per ambire a spazi più azzardati di manovra. Se negli anni Sessanta, Armando Picchi ha contribuito a interpretare il ruolo di libero in maniera più ragionata, alla stregua di un regista arretrato, in tempi più moderni, un dualismo particolarmente suggestivo ha coinvolto Gaetano Scirea e Franco Baresi. Un confronto complesso da effettuare, anche in virtù del rapporto fra il rispettivo periodo di militanza calcistica e l’incidenza della rivoluzione tattica operata da Arrigo Sacchi. In un sintetico ed esemplificativo richiamo alla filosofia, il numero 6 juventino è un costruttore di gioco che si propone spesso in avanti dopo avere spezzato con eleganza una trama avversaria. In lui è vivo un metodo deduttivo, aristotelico, nella ricerca della superiorità numerica proprio perché vigono ferree le marcature a uomo, e in pochi difensori percorrono gli spazi vacanti che si creano in una ripartenza. Una modernità quasi anacronistica negli anni Ottanta, pari forse all’ultimo Ruud Krol, che però aveva giocato come capitano nell’avveniristica ‘Arancia meccanica’. Il metodo opposto, quello induttivo, dal particolare all’universale, è la rincorsa verso la perfezione adottata dal numero 6 milanista. Nelle sue movenze, sulle gambe delle quali è saldo l’imprinting pre 4-4-2 di scuola italiana, insiste successivamente un labor limae profondo, a cura del profeta di Fusignano. Un lavoro importante e, dunque, indotto. Che, fra le sue tappe, pare richiedere l’osservazione delle videocassette relative ai movimenti in difesa a 4 di Gianluca Signorini. Difensore che Sacchi allenò ai tempi di Parma. Due diverse interpretazioni del libero, quelle di Scirea e Baresi, che continuano a infiammare la passione dei tifosi delle rispettive squadre, oltre a offrire spunti non a caso liberi e personali.

Giuseppe Malaspina