Il re(alismo) di Asif Kapadia

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Il gioco e la cura sono due diverse declinazioni di affetto. Quando il destinatario coincide con il mittente, per cogliere le sfumature che modificano il sentimento occorre guardare alla radice che lo ha generato. In un caso, infatti, la domanda da soddisfare assomiglia a un desiderio, nell’altro a un bisogno. Eppure, il tempo riservato al gioco talvolta sembra sovrapporsi a quello destinato alla cura di sé. Un equivoco che finisce per assumere i tratti di una sorta di dilemma esistenziale. Ciò che mi piace è veramente ciò che mi fa stare bene? Un dubbio che può coinvolgere chiunque, a prescindere dall’età e dalle condizioni personali. A volte ossessivo come il ticchettio di un orologio, come un gocciolio, come un palleggio. Ci penso, mentre osservo Diego Maradona palleggiare sullo schermo di un cinema, dentro un film intitolato con il suo nome. Nel documentario del regista inglese Asif Kapadia, c’è posto per tanti frammenti di vita del calciatore argentino. I riflettori, in particolare, sono puntati sui sette anni a Napoli. Dall’arrivo in trionfo fino all’allontanamento in disparte, il settennato di Diego da Lanús è un contenitore di tante cose. Probabilmente è improprio usare l’espressione ‘chiaroscuri’, perché le sue debolezze sono state in più occasioni ampiamente sviscerate, e il ritmo cinematografico finisce per agire come una lavatrice dopo la fase della centrifuga. Non frulla i capi di biancheria, ma li stende su un filo ad asciugare al sole a uno a uno. Restituendo in chi guarda momenti di semplice umanità di una vita forse irripetibile, se si considera il suo punto di partenza. Quella Villa Fiorito, dove cresce in un contesto di povertà e dignità, e con un pallone sempre fra i piedi. I quindici anni, il primo contratto all’Argentinos Juniors, la casa acquistata ai genitori, i consigli del preparatore atletico Fernando Signorini, la maglia azzurra in un crescendo di intensità. Un flusso che scorre come il movimento del tapis roulant con cui Diego si allena, forse per riprendere le distanze con un’esistenza che gli corre al fianco. Il suo nome e il suo cognome che nella narrazione si scindono. I sogni di Diego sembrano soccombere alle necessità di Maradona, la folla che lo celebra come un re quando porta al sud il primo scudetto. Eppure, il trono e lo scettro non si addicono a un uomo che matura nel tempo un’ideologia di uguaglianza, testimoniata nell’altro film, quello del regista Emir Kusturica. In quel dialogo continuo fra i due, su temi come lo sport, la politica, la vita, emerge qualcosa che affiora anche qui, il rapporto con le figlie. Dai momenti di prosa condivisi e legati agli eterni rivali bianconeri, a quelli di poesia per la vergogna di farsi trovare sul fatto, alle prese con la sua dipendenza dalla droga. Il punto più sensibile di una curva, che è parabola e iperbole insieme, è il tratto in cui quella dipendenza lo rende ostaggio di pericolose dinamiche superiori. Per atterrare ruvidamente sulle cronache giudiziarie e nelle semplificazioni del moralismo. In un certo senso, il match vinto con l’Inghilterra ai Mondiali del 1986 concentra in novanta minuti l’essenza dei colpi dal suo cilindro, dalla rete con ‘la mano de Dios’ rivendicata come riscatto argentino rispetto alla guerra delle Falkland, a ‘il gol del secolo’. Il calcio è un gioco che si basa sull’inganno. Fingi di andare da una parte, e poi vai dall’altra. Lo dice, più o meno in queste parole, lo stesso Diego. E le traiettorie che il successo imbocca possono anche ferire. Il gioco e la cura spingono verso direzioni diverse fino quasi a strapparsi. La rottura del rapporto con la folla forse si consuma con la vittoria contro l’Italia, nella semifinale ai Mondiali del 1990. Il resto è un percorso più o meno tortuoso verso la riconciliazione con se stesso. Attraversato da un’altra riconciliazione, quella con il figlio Diego junior. Il messaggio che i rapporti umani non possono fare a meno delle radici, arriva dirompente da una porta che si apre. Come in un infinito palleggio, ritornano il gioco e la cura. E, per quanto il film proceda con un passo realista e senza intenzioni pedagogiche, una differenza appare precisa. Una cosa è prendersi gioco di sé. Prendersi cura di sé è decisamente diverso.

Giuseppe Malaspina