Il dramma di trasformare le persone in barzellette

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Ci sono produzioni che si soffermano sui contenuti di una storia perché la sua forza travolge ogni elemento collaterale. E poi ce ne sono altre che rivolgono invece una cura dettagliata all’estetica della narrazione, al punto che l’eventuale messaggio che il film intende veicolare finisce per diluirsi in un suggestivo ma effimero pozzo stratificato. D’altronde, un equivoco con cui l’attualità dell’arte si trova a fare i conti riguarda proprio l’opportunità di lasciarsi sedurre dalla realtà, oppure dalla sua rappresentazione. Ecco, partendo da questa premessa, mi sono imbattuto nella visione di un’opera come ‘Joker’. Un’opera, la cui particolarità è di avere conquistato sia i cultori del ‘cosa’ che quelli del ‘come’. Fra la tesi (corposa) di chi ne ha cantato le lodi, e l’antitesi (esigua) di chi ne ha indicato i limiti, la mia sintesi personale è che è un film di una potenza straordinaria. Intendiamoci, non credo che il regista Todd Phillips abbia inventato qualcosa, ma che abbia scoperto delle connessioni nuove fra le cose esistenti. La rabbia di un emarginato che detona dopo l’ennesima minima sollecitazione è un tema ricorrente nella cinematografia. Eppure, fotografare il deterioramento dei rapporti fra le persone, procedere a ritroso fino a giungere a un gesto tanto basico quanto umano come la risata, e cogliere che perfino quella naturalezza è stata negata, è un modo così insolito e dirompente di comunicare il dolore che spazza via tutto. Un dolore che fa fatica a trovare cittadinanza in una società dove il ridere per piacere soccombe al ridere per dovere. E quando ridere, per tutti, diventa una semplice contrazione muscolare, allora è prevedibile che, rimossa la fonte di quella gioia, rimangano soltanto i muscoli. E la violenza, spesso esposta e in un solo caso occultata, sale progressivamente di livello in questa narrazione. Una violenza che si sarebbe potuta disinnescare per tempo, compiendo un provvidenziale salvataggio sulla linea. Ma ciascun presidio, relazionale, civico o sociale, decide di abdicare. Ed è il caos che dunque si libera, dove non trova più spazio alcuna logica morale. Nel suo turbine furioso, individuo spezzoni di altre produzioni artistiche passate. Così, il volto del personaggio Arthur Fleck, in un momento di trucco allo specchio, per un attimo mi evoca il viso di Eric Draven de ‘Il corvo’, anch’egli a suo modo un vendicatore, per quanto soprannaturale. Poi, la sua percezione deformata di quello che vede mi conduce al protagonista di ‘Fight club’. Infine, le sue movenze in una scena di ballo, richiamano addirittura il ‘Joker’ più innocuo interpretato da Cesar Romero, nell’iconica serie televisiva di Batman degli anni Sessanta. Ma appunto sono solo sequenze, inquinate dalla mia soggettività. Perché la linea narrativa si immerge nell’universo comics esclusivamente come strumento, e non come fine. E riemerge dal fiume trattenendo ossigeno fresco per sbucare in una realtà purtroppo tanto aderente al vero. Ecco, il merito indubitabile di questo regista, è di far dialogare i due mondi, in un complesso gioco di rimandi fra ciò che è finzione e ciò che è realistico. Due strade che, scavando in profondità fino a risalire alla loro radice, convergono nella natura stessa dell’essere umano. In quel grumo che racchiude tutte le sue caratteristiche espressioni. Come uno sguardo, un pianto, un sorriso.

Giuseppe Malaspina