Imprevedibile come il volo di una farfalla

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Nella memoria storica della squadra del Torino, le ricorrenze spesso conservano le sembianze di cicatrici. Tracce indelebili di presenze passate, con il loro carico di vita e di vitalità, ma interrotte bruscamente come una sorta di risveglio traumatico da un sogno. Quella di Gigi Meroni è una storia che non fa eccezione. S’imprime nei ricordi di chi ha amato il Toro negli anni del boom economico, in un periodo di relativo benessere dopo la guerra, e soprattutto dopo il disastro aereo di Superga, che nel 1949 fa perdere la vita alla leggendaria squadra granata. Eppure, se la forza di quel gioco trovava il suo fulcro nel collettivo, incarnato probabilmente dal ruolo trascinante del suo capitano Valentino Mazzola, l’estro di Luigi detto Luigino o Gigi, nato a Como il 24 febbraio del 1943 e morto a Torino il 15 ottobre del 1967, era più figlio di un’individualità anarchica protesa comunque a dare il proprio contributo al gruppo. Quello dell’ala destra è una figura dall’indiscusso fascino quasi letterario. Il sette sulle spalle di una maglia che vira verso il fuoco evoca le gesta calcistiche di un altro talento contemporaneo a Meroni. Quel George Best tanto funambolico e libertario con la casacca dei Red devils da diventarne un’icona, al punto da trascendere il piano strettamente sportivo. La biografia di Gigi Meroni racconta di un’infanzia in terra comasca, dei primi calci nella Libertas, la squadra dell’oratorio di San Bartolomeo. Poi, la sua parabola attraversa le giovanili del Como, l’esordio in serie cadetta, il trasferimento al Genoa e, come sequenza successiva l’approdo alla corte granata. Con il Torino segna, in poco più di due stagioni, centotre reti, e conquista la Nazionale maggiore. C’è anche lui nella disfatta azzurra dei Mondiali inglesi del 1966, malgrado un suo ridotto minutaggio nella manifestazione. Insomma, tutti ingredienti per costruire una carriera brillante, conditi da un pizzico di colore. Pare che il soprannome ‘farfalla granata’, che tanto si sposa con le traiettorie leggere e imprendibili dei suoi dribbling e dei suoi pallonetti, si legasse a un amore per l’arte e a un approccio anticonformista alle cose dell’epoca. È nota la sua attitudine alla pittura, al punto che alcuni suoi quadri sono stati esposti a Chieri nel 2015, mentre si narra di una sua leggendaria passeggiata con una gallina al guinzaglio. La libertà di movimento in campo con la palla ai piedi sulla trequarti, invece, rappresenta un’efficace immagine per ricordarlo. Perché il destino è improvviso e spietato quando decide di interrompere la sua corsa. Un incidente stradale mentre attraversa la strada, poco dopo avere vinto una partita contro la Sampdoria, lo strappa alla vita in maniera fulminea. Nel luogo dell’investimento oggi sorge un monumento in sua memoria. Come gli articoli, i libri, le canzoni che raccontano alle giovani generazioni il viaggio troppo breve di un artista del calcio.

Giuseppe Malaspina