Se la breakdance diventa una disciplina olimpica

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Le incursioni dell’arte nell’universo sportivo possono sembrare una novità. Eppure, se dalle foci del fiume d’energia che scorre in entrambi i mondi, si risale fino alla fonte, non è così insolito trovare una radice comune. L’ultima suggestione arriverà, con molta probabilità, nel dicembre dell’anno prossimo. Per quella data, infatti, il Comitato esecutivo del Cio si pronuncerà sull’ingresso della breakdance fra le discipline delle Olimpiadi del 2024 in Francia. Un’eventualità sempre più concreta, che potrebbe dunque cementare il rapporto fra l’arte, in questo caso danzante e originaria della strada, e lo sport. Così, sull’onda impetuosa di questa possibilità, diventa un esercizio divertente e fantasioso rintracciare sprazzi di cultura break nelle performance e nei sistemi di gioco, di calciatori e squadre del presente e del passato. Un po’ per cogliere il valore artistico di un gesto tecnico, un po’ per comprendere che anche due dimensioni così apparentemente distanti possono comunicare attraverso il varco della creatività. Il primo esempio di calciatore dalle doti atletiche che torna in mente è l’ex attaccante interista Obafemi Martins. La punta nigeriana, attualmente svincolata e ancora in attività, è rimasta impressa al pubblico per la notevole agilità in area di rigore, e per l’attitudine ad accompagnare le segnature con acrobatiche capriole all’indietro. Qualità forse più proprie del ginnasta che del breaker in senso stretto, eppure testimoni dell’elemento della forza propulsiva negli spazi stretti. Ecco, l’osservazione di questo tipo di performance, che lo avvicina a grandi attaccanti come il messicano Hugo Sánchez o come il tedesco Miroslav Klose, evoca l’atmosfera dei passi più spettacolari della break. Dal flare, con cui l’esecutore bilancia il busto attraverso il perno delle braccia e l’oscillazione delle gambe in cerchi continui, alla sua versione ‘aerea’ air. Fino a una evoluzione sospesa della mossa denominata ‘headspin’. Laddove gli esponenti danzanti di hip hop ruotano con la testa sul pavimento, il movimento a giro è solo accennato nei calciatori festanti, che tuttavia non poggiano il capo sul terreno ma, in virtù dello slancio, lo tengono a mezz’aria. Paragoni forzati, evidentemente, figli di singoli fotogrammi, ma utili a fiutare quelle connessioni fra discipline apparentemente lontane. E che consentono di accostare perfino le dinamiche del singolo di una, a quelle del collettivo dell’altra. Giocando con la più fervida immaginazione, infatti, è possibile individuare nelle armonie offensive del Napoli a trazione sarrista, l’essenzialità della sequenza a sei che caratterizza l’esecuzione di un footwork. Nel dettaglio, se il sixtep comprende altrettanti passaggi per formare un giro completo intorno all’asse che passa intorno al baricentro del corpo, un’eventuale azione innescata dal playmaker Jorginho e proseguita lungo la catena di sinistra da Faouzi Ghoulam e Marek Hamšík, con sponda di Dries Mertens per Lorenzo Insigne e incursione di finale dell’accorrente Allan, allo stesso modo potrebbe chiudere magistralmente il cerchio. La fantasia sarebbe protagonista anche nella capacità di sfruttare ostacoli corporei negli spazi angusti dell’area. A questo proposito, ci sono attaccanti come Fabio Quagliarella che non sfigurerebbero nell’approccio cross step. O suoi colleghi come Andrea Petagna, più vicini alle peculiarità del freeze. Quell’abilità di compiere movimenti di posa o stasi a breve distanza da colpi più improvvisi, tipici di tale mossa. Ecco, a prescindere dal grado di collegamento fra sport e hip hop, la centralità di questo rapporto forse finirebbe comunque sul fare leva su un necessario fattore comune. L’energia.

Giuseppe Malaspina