Nel 2006 il film ‘Offside’ vinceva l’Orso d’argento

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Una partita di calcio può essere raccontata anche senza essere vista. Talvolta, ad assumere rilievo è perfino una prospettiva oscurata da un cancello, dall’ostruzione di una fila di sbarre, da un’evidente situazione di difficoltà. Probabilmente perché quello che conta non è la cronaca sportiva della sfida, ma la restituzione di un’aspirazione alla libertà che trova parziale compensazione dalla sua visione ‘dimezzata’. Se il gioco del calcio trasmette una sorta di libertà espressiva che, in un certo senso, sospende il tempo e lo spazio, perché non lasciare che essa contagi anche quei tempi e quegli spazi che non ne sono interamente provvisti? A fornire il pretesto per riflettere su questi temi, è un evento contingente come un incontro di qualificazione ai Mondiali. L’8 giugno del 2005, nella città di Teheran si disputa il match fra la Nazionale di casa e il Bahrein. Una partita che, con la vittoria dei giocatori iraniani per una rete a zero, finirà per sancire il loro ingresso al Campionato del mondo, in Germania nell’anno successivo. Partendo da queste coordinate, il regista Jafar Panahi gira un film sull’importanza di una sfida che l’interpretazione autoritaria proibisce alle donne, seguendo le dinamiche di un gruppo di tifose che tentano di assistere alla gara, vestendosi da uomini per eludere i controlli di accesso allo stadio. Fotogrammi nel caos dell’entropia calcistica che, per quanto ordinata da schemi e da regole, non può prescindere da un elemento che interrompe il suo flusso regolare. Quel concetto di ‘fuorigioco’ sintetizzato dal titolo della produzione. ‘Offside’, che al Festival di Berlino del 2006 vince l’Orso d’argento, racconta tanto di una società attraverso una costante sovrapposizione di immagini. Dal viaggio in pullman all’arrivo ai cancelli, dal riconoscimento ad opera dei militari alla conduzione in un’area di detenzione, le vicende delle protagoniste sembrano agganciate all’esito di una partita più grande di quella che si sta giocando in campo. Eppure, nell’oscillazione continua fra tradizione e novità, fra potere dall’alto e istanze dal basso, fra formalismo e diritti, c’è una sorta di fiducia nell’aria destinata a concretizzarsi con la conquista di un successo sportivo. E con una gioia collettiva che tanto ha di liberatorio. Una scintilla, dove ognuno può leggere l’ampiezza delle strettoie da cui filtrano i cambiamenti.

Giuseppe Malaspina