Uno dei tre tenori lascia il calcio giocato

Immagine dal profilo Facebook di Ezequiel Lavezzi

Il potere pervasivo dei soprannomi dei calciatori argentini è di accorciare presto le distanze della familiarità. ‘El Pocho’, per esempio, è un suono che mentre viene pronunciato avvicina a colui al quale è rivolto. Forse perché l’agilità con cui la bocca produce le due parole, ricalca il gioco di gambe del fantasista sudamericano in area di rigore. «Elpòcio», sembra puntualizzare il cronista che in radio riporta un’azione di gioco, e ai tifosi sprovvisti di video si apre un palcoscenico dove Ezequiel Lavezzi percorre un rettilineo, poi una curva, e infine imbocca la strettoia vincente. Quando approda al Napoli per essere presentato insieme al centrocampista slovacco Marek Hamšík, il sentimento comune per i due acquisti è un misto di dubbi e speranze. Il futuro Marekiaro non ha ancora la cresta, mentre lui porta in dotazione i capelli lunghi, la fama di promessa dalle movenze eleganti e, appunto, un soprannome dalle origini misteriose. Inizialmente si parla di ‘fulmine’, eppure la semplificazione che si trascina un sostantivo, quando s’impara a conoscere il suo proprietario, talvolta serve il pretesto per giocare alle corrispondenze fra sinonimi e contrari. E lo stesso Lavezzi ha negato che il significato del suo soprannome fosse quello di ‘fulmine’, e ha aggiunto un riferimento a un vezzeggiativo affettuoso adoperato nella terra di sua provenienza. Intendiamoci, non è neanche vero additare l’attaccante come un giocatore sprovvisto di velocità. Tutt’altro. Le sue sortite offensive, accompagnate da un elevato tasso di intuizione negli assist, testimoniano l’esatto opposto. Quello che invece lo discosta dall’effetto respingente evocato da un lampo, è il potere attrattivo esercitato dal calcio. La gioia contagiosa di divertirsi con un pallone fra i piedi. A questo proposito, conservo un ricordo nitido di una delle sue prime prestazioni. Un cinque a zero secco in trasferta al ‘Fiuli’, in casa dell’Udinese, nel settembre del 2007. Oltre a un gol e a un paio di passaggi determinanti, di quella sfida mi rimase impresso il suo approccio ‘giocoso’. Uno spot gratuito all’essenza stessa del calcio. Giocare per il gusto medesimo di farlo. Qualche anno dopo mi capitò anche di vedere in tv un giovane personaggio della popolare serie ‘Un posto al sole’, girata nella città di Napoli, che citava il mitico ‘Pocho’ in una battuta. Ci colsi un legame con quell’immaginario che va oltre l’aspetto sportivo. E salda il bagaglio di gesti tecnici e di impegno, al motivo stesso per cui i tifosi guardano le partite. Aspettarsi che prima o poi arriverà un guizzo che accenderà il teatro. Perché, in fondo, il tappeto verde è un metaforico palcoscenico. E sulla sua componente teatrale, si creano diversi parallelismi. L’arrivo di Edinson Cavani, affiancato a due elementi come Marek Hamšík ed Ezequiel Lavezzi, non a caso creerà l’espressione ‘I tre tenori’, sulla scia della formazione di opera lirica composta da José Carreras, Plácido Domingo e Luciano Pavarotti. Non so quanto azzeccato fosse il paragone, comunque il trio calcistico ebbe due annate per allietare il pubblico con le proprie giocate. Poi, ciascuno proseguì la sua carriera inevitabilmente in funzione delle contingenze. Eppure, adesso che per il ‘Pocho’ giunge il momento di appendere gli scarpini al chiodo, perfidi ma episodici sprazzi di nostalgia sembrano ripetere che il calcio moderno è ormai di un altro tenore.

Giuseppe Malaspina