Il campo da calcio rimane orizzontale

Ci hanno provato in tanti a farci allontanare. Tentativi, disseminati nel tempo, volti a fare scemare una passione dalle radici lontane. Ci si sono messe di mezzo circostanze patologiche come il doping, il calcioscommesse, la violenza, o fisiologiche come la progressiva trasformazione della sua natura da gioco sportivo in business attrattivo di altri mercati. Eppure, più insistevano più i miei anticorpi si sviluppavano. Magari, la crescita era più lenta, e le pause parevano sottendere un calo di entusiasmo, però quell’universo sintetizzato dalla parola ‘calcio’ finiva sempre per insinuarsi nel profondo delle viscere. Allora ho provato a interrogarmi sul perché. Il mio, tuttavia, non era un quesito sulle radici stesse del gioco, cioè se fosse più ascrivibile al terreno della scienza o dell’arte. Quello è un mistero che affascina chi ama i percorsi a ritroso, i cercatori dell’archè delle cose. E, per quanto mi incuriosisse, la mia ricerca era invece sul perché quel mondo avesse una tale presa su di me. Una sorta di premessa della premessa. La risposta probabilmente è nell’essenza stessa di un gioco che fornisce una chiave d’accesso a una dimensione, tale da essere percepita solo da chi lo pratica o lo praticava da piccolo. Non occorre essere persone attrezzate di un titolato bagaglio culturale per accorgersi delle coordinate materiali in cui ci si muove. Il campo di calcio è uno spazio orizzontale. Un territorio che si articola necessariamente su una base comune per gli elementi che vi interagiscono. Nel suo presupposto, dunque, tutti partono da una posizione di uguaglianza. Poi, ovviamente, il gioco si svilupperà in funzione delle posizioni in campo, della compartecipazione del talento dei singoli, del loro atletismo e della loro motivazione all’obiettivo finale. Diverse e stratificate espressioni di libertà. Eccoli, quindi, i due principi intersecati. L’uguaglianza come presupposto e la libertà come fattore in grado di ribaltare le gerarchie dei due gruppi della contesa sportiva. Per certi versi, pertanto, quella calcistica rappresenta una dimensione sociale utopica, che trova nel campo rettangolare e, appunto orizzontale, il suo ‘topos’. Un luogo orizzontale perché l’asse delle ascisse dell’uguaglianza precede logicamente, e ontologicamente, l’asse delle ordinate della libertà. A questa dichiarazione di principi, inoltre, si aggiunge l’esperienza vera e propria. Quella condizione per la quale il confronto concreto restituisce in coloro che lo esercitano, gioie e delusioni, picchi adrenalinici e bagni di umiltà. Un concetto tanto basico da catturare quanto distante dalla comprensione da parte di chi non riesce a scovarci altro che un passatempo privo di stimoli intellettuali. E forse ignora l’attrazione esercitata verso autori della letteratura come Eduardo Galeano e Osvaldo Soriano, Pier Paolo Pasolini e Nick Hornby, o della musica come Bob Marley. Le stagioni della mia infanzia e della mia adolescenza sono state attraversate da partite, nel loro piccolo, straordinarie. Ho giocato con persone che hanno fatto strada e con altre che si sono perse per strada. Eppure, quel campo orizzontale, al di là della sua materialità, ha ancorato e continua ad ancorare le mie poche certezze a un’idea di uguaglianza di fondo che finora non è stata scalfita. Senza tralasciare la bellezza di dettagli che quel gioco ha impresso nei suoi appassionati da una voce a un’immagine, entrambe simboliche di qualcosa di più grande di una semplice sfida. A proposito di simboli, una delle più belle partite alle quali mi è capitato di assistere di recente, metteva di fronte un gruppo di detenuti e una rappresentativa locale. E non è mai così scontato osservare, dal bordo del campo, due principi così puri come l’uguaglianza e la libertà.

Giuseppe Malaspina