La scienza del salto e l’arte del volteggio

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L’imperioso colpo di testa di Cristiano Ronaldo, nel recente match vinto dalla Juventus contro la Sampdoria, ha scatenato la memoria emotiva di tifosi e simpatizzanti di diverse squadre di calcio. Un curioso effetto di polarizzazione sui social network, che ha finito per coinvolgere anche semplici estimatori dello sport nel suo aspetto più nozionistico, in alcuni casi sconfinando perfino in altre discipline sportive come il basket targato Nba o la pallavolo, e addirittura nella finzione narrativa del cinema o dei cartoni animati. Al netto della rivalità che separa i bianconeri dagli appartenenti alle altre fedi calcistiche, il nodo centrale della discussione sembra essere la straordinarietà o meno del gesto tecnico del giocatore portoghese. Chiaramente, più si allarga l’orizzonte spaziale e temporale di riferimento, più la sua giocata risulterà di effetto. Se si asseconda un flusso stereografico, tuttavia difficilmente verificabile con rigore, l’elenco comprenderà saltatori come Pelé, Gigi Riva, François Omam-Biyik, proseguendo con Marco Materazzi o Kalidou Koulibaly, fino a Erasmo Iacovone, e Giuseppe Savoldi. Il dato sul quale si sono soffermate numerose testate giornalistiche è legato, principalmente, all’altezza dello stacco dell’attaccante. Una cifra, 2 metri e 56 centimetri, che insolitamente viene associata a uno sport giocato con il pallone. La sottolineatura, rimarcata in più occasioni, della capacità dell’atleta di salire in alto come qualcosa di oggettivamente misurabile, pone nuovamente una questione sulle radici dell’essenza stessa dello sport. In buona sostanza, il calcio è una scienza oppure un’arte? L’evoluzione della tecnologia, la cura meticolosa degli allenamenti, lo studio dei movimenti sistemici di compagni e avversari probabilmente hanno arricchito il tema di molteplici fattori, eppure l’imprevedibilità del gioco continua a dimostrarsi un elemento in grado di scombinare le carte. Peraltro, analizzando l’azione che ha portato alla segnatura di CR7 dove non va trascurato il peso specifico del traversone di Alex Sandro dalla fascia sinistra, il momento ‘scientifico’ del salto pare cedere il rilievo a quello ‘artistico’ del volteggio. L’attitudine, cioè, a ‘sospendere’ la caduta inevitabilmente rappresenta il tassello più significativo della sequenza. Nel calcio moderno, guadagnare questo vantaggio ‘aereo’ nei confronti dei propri marcatori è diventata sempre di più una peculiarità dei difensori in chiave offensiva, spesso sui calci piazzati. Si vedano, in proposito, le performance di centrali come Sergio Ramos del Real Madrid o Virgil van Dijk del Liverpool. Quello della proiezione in verticale tuttavia rischia di essere un elemento di semplificazione, se lo si limita a una questione di mera misurazione dell’altezza raggiunta. Fattori come elevazione e scelta di tempo, per esempio, incidono non poco nella conquista della sfera in aria. Ricordo, a questo proposito, diversi interventi acrobatici del difensore Fabio Cannavaro. Che, quando era in attività, non brillava certo per la statura ma sapeva bilanciare al meglio la lettura dinamica dell’azione alla potenza esplosiva dell’istante in cui saltare per impattare il pallone, e avere la meglio su avversari più alti. Ecco, la riduzione del gesto a una dimensione esclusiva di centimetri raggiunti rischia di viziare la questione, o di deformarla in maniera manichea alla stregua della dinamica cartoon di ‘Holly e Benji’. La suggestiva ‘catapulta infernale’ praticata, nella versione italiana, dai gemelli Jason e James Derrick pare ricalcare un ossimoro ginnico, quando tenta di tenere insieme le vette evocate dalla macchina di assedio ai tempi di Dionisio di Siracusa alla profondità degli inferi di dantesca memoria. A proposito di suggestioni legate ai colpi di testa contro la Samp, come non ricordare quello quasi rasoterra di Diego Armando Maradona nel marzo del 1987…

Giuseppe Malaspina