La mite integrità di un centrocampista a cui tolsero il nome

Uno dei capitoli più intensi del libro di Primo Levi ‘Se questo è un uomo’ reca un titolo tanto lapidario quanto efficace, ‘I sommersi e i salvati’. Una bipartizione figlia dell’istinto di sopravvivenza che finisce per scavalcare qualunque codice etico non scritto. Sullo sfondo, l’intuibile percezione che l’orrore non può che generare orrore. Così il paradosso più cinico e spietato divide i più integri e obbedienti alle regole del buonsenso che saranno schiacciati, e coloro che non accettano l’idea di essere soverchiati ed eliminano ogni scrupolo residuo di coscienza per restare a galla. Il terreno intermedio fra le due posizioni, rese manichee dal terribile contesto, è una zona di difficile esplorazione. Perché il nazifascismo suscita sgomento, e i suoi diretti testimoni hanno spesso indicato quella implacabile capacità di spersonalizzazione. La storia di questa persona, invece, racconta di un uomo dalla mitezza, dalla sensibilità e dall’integrità che la propria esistenza ha finito per essere sommersa. Giocava a pallone in un campo di Torino e proveniva da una famiglia operaia. Si chiamava Vittorio Staccione ed era animato da una pulsione contro le ingiustizie sociali. Sulla vita di questo idealista e pragmatico ragazzo, il cui destino gli riservò di incrociare gli spigoli più appuntiti del ventennio del secolo scorso, si sofferma il libro ‘Il mediano di Mauthausen’. Un lavoro di ricerca accurato e scrupoloso che il giornalista Francesco Veltri conduce nell’arco di un paio d’anni, per restituire ai lettori una vicenda altrimenti seppellita dalla polvere del tempo. C’è il calcio protagonista nella ricostruzione dei frammenti di una biografia, attraverso un laborioso esercizio della memoria. Eppure, quello sport che fa da impulso ai sogni del giovane centrocampista è anche il pretesto per aprire una finestra sulla società italiana. Sul bisogno comunitario di darsi dei riferimenti, dalla famiglia alle amicizie, dai sentimenti politici perfino al proprio ruolo in campo. La parabola di Vittorio, che vince uno scudetto con la maglia del Torino prima che diventi Grande, per poi essere perseguitato solo per le sue idee e spedito in un campo di concentramento, è una metafora feroce di quel bivio fra sommersi e salvati. L’accanimento della sorte sulla sua vita fornisce anche un affresco della giovane generazione dei primi decenni del Novecento. E probabilmente è un prezioso strumento, fra le mani dei lettori di oggi, per individuare una sorta di gerarchia delle priorità. Non a caso, nella postfazione scritta da Domenico Beccaria, fondatore del Museo del Grande Torino, ne viene consigliata la lettura soprattutto a chi pratica il calcio. A firmare la prefazione è, invece, l’ex calciatore Eraldo Pecci, accomunato da Staccione per il ruolo di centrocampista e per la militanza nel Torino e nella Fiorentina. Una storia, quella del centromediano classe 1904, che procede attraverso corse in bicicletta al campo di allenamento, speranze, volantini da distribuire, giorni a dare il massimo in campo. Un’Italia dove non è raro morire poco dopo il parto, ed è forse meno frequente essere indicati con una X al posto del proprio nome, nel tabellino di una cronaca sportiva. Perché le questioni politiche avverse al regime fascista comportano conseguenze pratiche. L’escalation di sopraffazione culminerà più avanti con una deportazione al campo di Mauthausen, che il mediano quasi asseconderà, ignaro dell’orrore al quale sarà destinato. Nel mosaico infinito delle storie legate al Giorno della Memoria, leggere la storia di Vittorio Staccione è qualcosa di doloroso, e al tempo stesso di doveroso. Perché il calcio insieme al suo linguaggio, l’espediente che veicola la narrazione, rappresenta un universo particolarmente capillare fra giovani e appassionati, al punto da poter generare un realistico meccanismo di immedesimazione. E anche per riflettere sul significato di libertà, un concetto al quale un operaio e calciatore del secolo scorso ha restituito effettiva pienezza.

Giuseppe Malaspina