Kobe Bryant was here, Reggio Calabria 1987

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Uno dei vocaboli più ricorrenti, nella narrazione statunitense del successo, è la parola ‘sogno’. Accompagnato talvolta da un aggettivo, quel termine ‘dream’ ha spesso sintetizzato più di ogni altro la distanza fra volontà e realizzazione. Così, l’espressione ‘American dream’ giungeva nel vecchio continente per rilanciare la speranza che fatica e determinazione fossero ingredienti necessari per la conquista di un benessere. Anche in ambito sportivo, non sono mancati esempi di valorizzazione del sogno, e della sua innata capacità trascinante. Nel 1992, con la decisione di ammettere gli atleti professionisti della Nba alle Olimpiadi di Barcellona, irrompe nella scena internazionale il ‘dream team’ che conquisterà agevolmente il torneo, alimentando un immaginario dove la dimensione finale e concreta del sogno è una certezza. A dare a essa tangibilità, le figure leggendarie di cestisti come Micheal Jordan, Magic Johnson, Scottie Pippen. E, sempre a proposito di giocatori di pallacanestro più forti di tutti i tempi, anche Kobe Bryant, la cui vita si è interrotta insieme a quella di altre otto persone, fra le quali sua figlia Gianna, in un incidente aereo nello scorso 26 gennaio, ha posto l’accento durante la propria carriera sul concetto di sogno. Mi torna in mente un’intervista del 2016, quando si trovava per una visita a Reggio Emilia. In quello che è stato uno dei luoghi della sua infanzia, per via dell’ingaggio alla Pallacanesro Reggiana del padre Joe nel biennio 1989/91, ‘Black mamba’ racconta ai giornalisti dei giri in bici da piccolo nella città emiliana, dell’allestimento di uno spettacolo scolastico all’età di dodici anni. E poi ripete quanto ammesso poco prima ai componenti della sua comitiva, circa la differenza fra due contesti come Reggio Emilia e Los Angeles, dove gareggerà coi Lakers per due decenni. «Vuol dire che ogni sogno è possibile», la chiosa di una riflessione che si focalizza sul potere propulsivo della provincia. In effetti, nella provincia italiana Kobe è cresciuto nel periodo preadolescenziale. Un viaggio al seguito della famiglia sulla scia delle stagioni disputate da papà Joe a Rieti nel 1984, Reggio Calabria nel 1986, Pistoia nel 1987 e appunto Reggio Emilia nel 1989. Nella città dello Stretto, la presenza di quel bimbo che palleggia negli intervalli delle partite della Viola si conserva nel ricordo del pubblico del PalaBotteghelle. La capillarità di uno sport mondiale come il basket non era ancora così potente in una realtà come quella reggina, eppure rappresentava una boccata di ossigeno dopo tanta apnea di cronaca nera. Film come ‘Chi non salta bianco è’ e ‘Space Jam’ sarebbero usciti nelle sale rispettivamente nel 1992, e nel 1996. La pallacanestro italiana era incarnata da un pilastro come Dino Meneghin, all’epoca in forza all’Olimpia Milano, mentre il timbro inconfondibile della voce di Dan Peterson era una delle poche incursioni nell’universo del basket a stelle e strisce. Un mondo che di lì a poco si sarebbe impresso nella nostra memoria di ragazzini, per le sfide fra Los Angeles Lakers e Chicago Bulls. E il cui biglietto da visita più spettacolare, ai nostri occhi, erano gli show acrobatici degli Harlem Globetrotter. Ecco, la mia cultura nel campo dei cestisti si ritiene esaurita con queste ridotte nozioni. Forse perché nel giro di amici che frequentavo in quegli anni, la mia appartenenza era rivolta al gruppo dei calciofili, e non a quello degli appassionati di pallacanestro. Chissà se per le atmosfere che suscita il campo da calcio, i suoi spazi, la sua predisposizione all’apertura e alla costruzione più elaborata del gioco. O per una narrazione più proiettata a un approccio ‘umanistico’ che ‘scientifico’. O semplicemente, la risposta sta nella soggettività di ciascuno, e in quell’imprinting emozionale che sta alla radice di ciò che ci piace. Di tanto in tanto, le due ‘fazioni’ filo-soccer e pro-basket, trovavano una sorta di compromesso nel gioco del calcio alla tedesca. Un espediente urbano per conciliare ambo le discipline attraverso tecnica dell’una, dimensioni del campo e soprattutto senso di sospensione dell’altra. Il piccolo Kobe era andato via da poco dalla nostra città, e probabilmente nessuno si sarebbe immaginato quanto in alto lo avrebbe portato la parabola della sua futura carriera. Ci ho ripensato quando ho ascoltato le sue parole, nel cortometraggio di animazione ‘Dear basketball’ del regista e animatore Glen Keane. Un suggestivo atto di amore per salutare uno sport che germoglia come i sogni di un bambino. E mentre in città si diffonde la notizia che un luogo verrà intitolato alla sua memoria, tento un gioco d’immaginazione. Mi chiedo se da qualche parte a Reggio Calabria esista un’ipotetica superficie di pochi centimetri quadrati che, da più di trent’anni, ospita una scritta. Una frase che suoni più o meno così, ‘Kobe Bryant was here, Reggio Calabria 1987’.

Giuseppe Malaspina