Il quinto senso e mezzo di Diego Demme

Il vertice basso di un centrocampo a tre non è un ruolo che ciascuno è in grado di ricoprire. Eppure, da quando è arrivato attraverso il mercato di riparazione di gennaio, la sua presenza nella squadra partenopea è diventata una certezza granitica. Insieme al compagno di reparto Piotr Zieliński, non ha saltato un appuntamento con la maglia del Napoli, fra campionato e Coppa Italia. Proveniente dalla RB Lipsia, il centrocampista tedesco di origini italiane Diego Demme si è subito fatto notare per il contributo in campo in una delle posizioni più delicate che il modulo utilizzato da Gennaro Gattuso richiede. Quella di centrale della linea mediana, in grado di neutralizzare i tentativi di costruzione di gioco avversari in una zona relativamente ampia di campo, e di alimentare il circuito delle ripartenze della propria compagine pescando corridoi, di volta in volta, utili alla causa. Il suo nome di battesimo, figlio di una passione del papà per ‘El pibe de oro’ e per i colori azzurri del Napoli, ha finito inevitabilmente per richiamare le atmosfere di oltre un trentennio fa. In un periodo come quello contemporaneo, in cui giocare con le suggestioni evocate da una parola, è quasi un passatempo, c’è chi ne ha colto un richiamo al protagonista del film ‘Il silenzio degli innocenti’ del regista Jonathan Demme e al suo operato decisamente ‘chirurgico’. Un proposito buono, in questo senso, perché il Napoli reduce dall’infruttuosa gestione di Carlo Ancelotti aveva bisogno come il pane di qualcuno capace di ‘cannibalizzare’ palloni in quella porzione di tappeto verde. Se poi ci si sofferma sulle iniziali del nuovo arrivato, quella doppia ‘D’ non può che far viaggiare gli amanti dei fumetti verso i binari di Dylan Dog. Il centro della mediana allora diventa Craven Road numero 7, e l’intuito del nostro personaggio con la casacca numero 4, non può che coincidere con il quinto senso e mezzo dell’indagatore dell’incubo. Il fiuto di Dylan e il morso di Hannibal, dunque, per testimoniare che in quel luogo lì contano pensiero e azione. Intendiamoci, la soggettività di chi scrive crede che l’asse Pirlo-Jorginho rappresenti il passato e il presente azzurro del concetto di regista arretrato. E che fra le figure più accreditate per svolgere in Nazionale tale ruolo, in futuro, c’è Sandro Tonali. Eppure, l’apporto che Diego Demme sta dimostrando sul campo, suscita interessanti riflessioni sul perché un giocatore così prezioso vanti appena una presenza nella Nazionale tedesca. Analizzando il suo minutaggio dall’esordio con il Napoli, spicca intanto il debutto in Coppa Italia nella sfida vinta 2-0 contro il Perugia. Diego rimpiazza al ventesimo del secondo tempo Fabián Ruiz, centrocampista non certo avvezzo a ricoprire il ruolo di playmaker, recuperando un paio di palloni in una partita che non aveva più molto da dire. Secondo gettone, stavolta in campionato, in un match perso contro la Fiorentina per 2-0. Il centrocampista subentra all’undicesimo della ripresa ad Allan, che svolge compiti prevalentemente da interno. Arriva poi la bella prestazione corale del Napoli, vittorioso per 1-0 contro la Lazio, dove Demme sfoggia assist e interventi di precisione dal primo minuto, senza trascurare che entrambe le squadre giocano con un uomo in meno. Il suo essere titolare probabilmente è già una conquista, e contro la Juve, battuta 2-1 in campionato, è notevole la performance sia sotto il profilo dell’interruzione delle trame altrui che dell’impostazione. Una conferma del felice momento giunge anche dalla prova vincente per 4-2 contro la Sampdoria. Rileva al sessantunesimo minuto il compagno Stanislav Lobotka, dopo che un attacco influenzale ne aveva compromesso la partenza nell’undici titolare. Massimizza tutto, realizzando anche una rete importantissima. Arriviamo quindi alla sconfitta per 3-2 contro il Lecce, dove la decisione del mister di tentare un ribaltamento della gara virando in corso per un modulo 4-2-4, penalizza Diego che è costretto agli straordinari a centrocampo insieme a Zieliński, e mostra i limiti di un reparto che abbisogna di muscoli, intuito e creatività. Nella semifinale di Coppa Italia vinta con l’Inter per 1-0 è ormai una presenza fissa fra i tre in mezzo. E nella sfida vinta contro il Cagliari per 1-0, gioca con la consueta attitudine all’interdizione e alla proposizione. La vita in mediana non è affatto facile, ma c’è da scommettere che nell’ossatura del Napoli del domani non potranno mancare la mente e il fisico di un calciatore dalla doppia ‘D’. Mentre lui nasceva, i tifosi di quei colori continuavano a sognare il campione che era andato via. E magari qualcuno di loro chiamava suo figlio con il nome di Diego.

Giuseppe Malaspina