Il ritiro di Neto che giocò nella Chapecoense

Immagine dal profilo Facebook ufficiale della Chapecoense

Lo scoccare dei trentaquattro anni, fino a qualche tempo fa, suggeriva a un calciatore di un massimo campionato di appendere le scarpe al chiodo. Energie consumate, competizioni vissute e sedute di allenamento distribuite in una carriera articolata prevalentemente in tre lustri, consentivano di individuare, seppure a livello simbolico, in quella tappa anagrafica il momento di fermarsi. La contemporaneità, poi, ha trascinato con sé ritmi nuovi e un cambio di passo nella programmazione per arrivare alle sfide importanti. Una cura meticolosa nella preparazione alle gare che ha permesso di spostare in avanti quel traguardo, tanto denso di suggestioni. Infortuni significativi, lunghe squalifiche o scelte personali rimangono fra i fattori in grado di condizionare la parabola sportiva di un calciatore. E nel ventaglio delle varie storie individuali, emerge anche quella del difensore Hélio Hermito Zampier Neto, che ha deciso di ritirarsi dal calcio nel dicembre dello scorso anno, proprio all’età di trentaquattro anni. La vita del giocatore brasiliano della Chapecoense ha subito un pesante trauma nel novembre del 2016, quando l’aereo che lo stava trasportando insieme ai suoi compagni di squadra a Medellín, per la finale di Copa Sudamerica, è precipitato provocando la morte di settantuno persone. Fra gli unici passeggeri che si sono salvati, oltre a lui, una hostess, un tecnico di volo, il portiere Jakson Ragnar Follmann al quale è stata amputata una gamba, il difensore Alan Ruschel e il giornalista Rafael Henzel Valmorbida. Un quarto giocatore della compagine, il portiere Marcos Danilo Padilha, dopo essere sopravvissuto all’impatto, è deceduto in ospedale in seguito alle ferite riportate. Perfino il giornalista superstite, a distanza di più di due anni dalla tragedia, è morto d’infarto mentre giocava a calcetto. Un evento sconquassante come quello vissuto, per i calciatori che ne sono usciti, ha comportato un percorso di recupero fisico e psicologico di notevole sforzo. «Il mio corpo non ce la fa più», le parole di Neto nel corso di un’intervista al telegiornale Globoesporte, per testimoniare il peso assunto dal dolore al ginocchio e alla colonna vertebrale nella sua sofferta decisione. Una carriera, quella del centrale difensivo noto con il soprannome di ‘Grandão’, ‘Gigante’, per via della statura di un metro e novantasette centimetri, cominciata nelle fila del Francisco Beltrão. Dopo le tappe Chanorte, Guarani, Metropolitano e ancora Guarani, nella stagione 2013/14 passa al Santos, dal quale è appena partita la stella Neymar con destinazione Barcellona. Il 2015 è l’anno del trasferimento alla Chapecoense, dove vincerà sul campo un titolo del Campionato Catarinense. Alla squadra dai colori verde e bianco, inoltre, verrà assegnata ad honorem la Copa Sudamericana, la cui finale con formula ad andata e ritorno contro i rivali colombiani dell’Atletico Nacionál non verrà mai disputata. Ci sarà il tempo di un altro campionato Catarinense nel 2017, ma per Neto rientrare a calcare il terreno di gioco diventerà più una partita con la propria condizione fisica. Condizione che non gli impedirà di tornare ad allenarsi con i nuovi compagni, senza tuttavia collezionare presenze. Il compagno della retroguardia Alan Ruschel giocherà con la Chapecoense in un’amichevole estiva a Torino, nell’agosto del 2018, contro la squadra granata, nella cui storia c’è un drammatico destino comune. Tornando a Neto, la sua esperienza sarà raccontata nel corso di interventi pubblici dall’alto impatto emozionale. Un racconto di sé, dove componente personale e comunitaria della fede finisce per rappresentate un saldo punto di riferimento. La conclusione del 2019 traccia anche il segmento finale di una vita sportiva che, molto probabilmente, continuerà a gravitare nel mondo del calcio come ambasciatore del club.

Giuseppe Malaspina