L’epica letteraria di una partita

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L’incursione, il fiuto, il morso. Nelle tre gemme di Paolo ‘Pablito’ Rossi contro il Brasile nel 1982, ci sono gli ingredienti per dar vita al racconto di un’avventura. Eppure, quei tre gol dell’attaccante azzurro in una delle partite più emozionanti della storia della Nazionale, sono solo alcuni momenti di un’onda che può essere osservata attraverso i mutamenti delle sue gradazioni. Di quella sfida dal sapore epico, probabilmente tatuata per sempre nella memoria di chi l’ha vissuta, nella cornice di un campionato del mondo altrettanto leggendario, è interessante cogliere ancora oggi le sfumature. E proprio in questi giorni, dove la parola ‘isolamento’ assume una pervasiva frequenza, ho rivisto il match nella sua interezza, provando a isolarne gli elementi più densi di suggestione. C’è stato qualcuno che a quella sfida, andata in scena allo stadio di Sarrià di Barcellona, ha anche dedicato la pienezza di un volume di oltre seicento pagine. ‘La partita’, il libro di Piero Trellini, sviscera i percorsi che si incrociano fino ad arrivare a quel pomeriggio di luglio del secolo scorso, sul tappeto verde, dove il romanzo raggiunge il suo climax. E dove il tempo si dilata fino a percorrere gli antefatti che rendono uniche le vicende dei protagonisti. Per le generazioni più giovani, poi, il video della partita nella sua globalità, disponibile sul web, è un utile strumento per catturare la vitalità di uno sport, con le sue trasformazioni. Da alcune semplici regole, come per esempio la possibilità dell’epoca di ricorrere al retropassaggio con il piede al proprio portiere, ai moduli di gioco che, nell’arco di quella decade, lasceranno progressivamente le marcature a uomo per aderire alla zona mista. Infine, dato non trascurabile, c’è la comunicazione che restituisce agli spettatori l’aspetto rappresentativo di un’impresa calcistica. Il fruscio di sottofondo accompagna così la lettura degli schieramenti in campo, affidata alla telecronaca del giornalista Nando Martellini. I giocatori italiani indossano la tuta bianca sopra la casacca azzurra, mentre suonano le note dell’Inno di Mameli. I loro colleghi brasiliani sfoggiano invece la consueta uni forme giallo-verde. Il commissario tecnico Enzo Bearzot dispone in porta l’inossidabile Dino Zoff, capitano e testimone di quaranta primavere. Completano la retroguardia il terzino Claudio Gentile, lo stopper Fulvio Collovati, il libero Gaetano Scirea, e il fluidificante Antonio Cabrini. A centrocampo, in una sorta di rombo ante litteram, agiscono il mediano Gabriele Oriali, ribattezzato Orialli dalla grafica televisiva, il regista Giancarlo Antognoni, e la mezzala Marco Tardelli. Ad arricchire il reparto, e a fare da collante con difesa e centrocampo, c’è l’ala destra Bruno Conti. Un mancino che solca la fascia opposta, porta palloni sulla corsia e disegna traiettorie imprevedibili per gli avversari. In avanti, infine, Paolo Rossi, uno dei primi casi di ‘falso nueve’ della nostra storia, ormai in piana stabile al centro dell’attacco. A supportarne il lavoro, un po’ più decentrato, la seconda punta Ciccio Graziani. Dall’altra parte, il pacchetto arretrato composto dal portiere Waldir Peres, dai difensori Leandro, Oscar, Luizinho sembra arroccato a una marcatura più a uomo, per quanto filtrato dall’approccio tradizionalmente libertario dell’approccio carioca, e supportato da due elementi di notevole saggezza tattica come il polivalente Léo Júnior e il dinamico Toninho Cerezo. Il commissario tecnico Telé Santana, tuttavia beneficia di un centrocampo dalla qualità e fantasia straordinarie, se si pensa a Sócrates, a Zico, a Éder, a Falcão. Chiude l’undici verdeoro, l’attaccante Serginho. All’Italia occorre necessariamente una vittoria per superare il turno, mentre il Brasile può accontentarsi del pareggio per conquistare la semifinale. Una premessa che rende ancora più manicheo il bivio fra la delusione e il successo. Una graticola emozionale che fin dai primi minuti pare connotare la filosofia che animerà la partita. In effetti, c’è del filosofico nel trittico di reti che Paolo Rossi mette a segno nel bilancio finale del match. Un alone quasi hegeliano che permea i tre punti salienti del suo contributo alla vittoria. Il primo sigillo, la tesi, giunge al quinto minuto della gara. Conti manovra al centro del campo, palla al piede. Scorge Cabrini sulla fascia sinistra e, dopo alcuni movimenti di disorientamento dei rivali in mediana, lo serve. Il terzino sinistro è lestissimo a pescare nel cuore dell’area Pablito che, come un falco in picchiata, arriva all’appuntamento di testa e centra il bersaglio. Se il primo gol è una tesi del suo talento, il secondo disegna una dinamica d’antitesi. Il numero 20, infatti, fiuta l’odore di una palla da predare, la cattura al volo interrompendo un fraseggio lento fra Cerezo e Júnior, e trafigge Waldir Peres. Siamo al venticinquesimo di gioco. A ciascuno dei due colpi, la Nazionale brasiliana reagisce con altrettanta efficacia. Dapprima, al dodicesimo, Zico e Sócrates chiudono una triangolazione magistralmente, con il ‘Dottore’ che scaglia un rasoterra angolato fra Zoff e il palo sinistro. Più tardi, al sessantottesimo, Falcão spiazza l’estremo difensore azzurro con una parabola, impercettibilmente toccata da un contatto con Beppe Bergomi, subentrato a Collovati. Alla sortita italiana risponde la controffensiva brasiliana, in un’atmosfera dove il confine fra gioia e rammarico dista un passo. Tesi e antitesi, tuttavia, aspettano fedeli la loro sintesi. Che si presenta al settantaquattresimo, negli sviluppi di un calcio d’angolo. Dalla bandierina, Bruno Conti calcia in prossimità dell’area di rigore. La retroguardia carioca prova ad allontanare di testa, ma la palla viene verticalizzata in profondità da Graziani. Il grappolo di uomini davanti alla linea di porta è una siepe, per gli avvoltoi che vivono di istanti. Paolo Rossi lo fotografa e lo sviluppa in quella fugace camera oscura. Raccoglie il pallone vagante, deviando la sua corsa quel tanto che basta per depositarlo in rete. Un gesto che sintetizza il suo repertorio. Costruzione dell’azione offensiva, la tesi. Rottura dell’altrui manovra difensiva, l’antitesi. E infine capacità di racchiudere in un’unica dinamica entrambe le varianti, la sintesi appunto. Nella frenesia di quel silenzio che anticipa l’esplosione festosa, pare che il telecronista Martellini pronunci la parola ‘pareggio’, in luogo del punteggio di 3 a 2 per l’Italia. Provo a interpretare quell’apparente errore nella scelta del vocabolo, facendo leva su una sorta di batti e ribatti con la sorte. Al punto a favore degli avversari, sancito dalla rete precedente, il gol di Pablito era forse apparso al buon vecchio Nando come una contromossa di pari intensità, dentro uno scacchiere metaforico più grande. Le emozioni, comunque, non sono terminate. C’è un finale che è stato spoilerato in ogni luogo e che, dopo un discusso gol annullato ad Antognoni, vede Dino Zoff distendersi e arpionare sulla linea bianca la sfera colpita con violenza da Oscar, servito dal calcio di punizione di Éder a pochi passi dalla porta. Perfino Sócrates alza le braccia in un’embrionale esultanza, che finisce strozzata in gola. Martellini non vede subito l’autore del tiro, lo scambia con Paolo Isidoro, sostituto di Serginho, e poi con Leandro. Una concitazione che probabilmente rende la partita qualcosa che, più che filmico, è letterario. Una pagina sportiva così densa e viva d’inchiostro, che a quasi quarant’anni di distanza, l’impressione è che l’abbiano giocata ieri.                   .

Giuseppe Malaspina