I calciatori non vivono in una bolla

Uno degli effetti domino scatenati dal Coronavirus è di avere abbattuto quella barriera immaginaria fra pubblico e attori di una competizione sportiva. Se i cambiamenti progressivi degli ultimi anni avevano contribuito a rendere il calcio sempre più uno spettacolo, allo stesso tempo l’impressione era che fosse aumentata la distanza fra i fruitori di questo entertainment e i suoi effettivi realizzatori. Apparentemente lontani i tempi della dimensione proletaria del Grande Torino, così come quelli legati a uno storytelling decisamente più leggero e gioioso, dove forse è più semplice spingere il pulsante dell’immedesimazione. La spettacolarità, anche mediatica, della modernità ha reso quel mondo tanto luminoso quanto distante. Una distanza misurata probabilmente in funzione del talento di chi stava sotto i riflettori, ma che talvolta finiva per fermarsi davanti alla riflessione sull’ovvia verità che anche un campione può fare i conti con un fallimento sportivo. Ecco, la rimodulazione delle priorità, diretta conseguenza del clima di questi giorni, ha in un certo senso scostato il velo. La positività al tampone di alcuni calciatori di club italiani ha acuito la preoccupazione della categoria, al punto da indurre l’Aic ad attivarsi per contestare le società che continuano a convocare gli allenamenti dei propri tesserati. Il tira e molla per la sospensione delle partite, prima in ambito nazionale e poi a livello Uefa, è servito a fotografare una situazione dove perfino l’elemento economico ha dovuto cedere di fronte alla salvaguardia della salute. Un principio, in virtù del quale è possibile modificare una partita di Champions League come Liverpool – Atletico Madrid. Le immagini di una sfida importante fra due team, due allenatori e due modelli di gioco, si annacqua sotto la stridente incombenza di un pubblico, stretto e corposo fra gli spalti, e sui rischi sanitari legati a ogni singolo contatto tra giocatori e staff. Che i calciatori, atleti nel pieno del loro vigore fisico, fossero esseri umani, è un’ovvietà. Che spesso la narrazione sportiva ne abbia idealizzato ogni aspetto del proprio operato, è altrettanto vero. Eppure, in questo periodo di comprensibile e incerta oscillazione fra estremismi, il mondo del calcio ha smesso di essere una sorta di Olimpo. Una caratteristica del pallone, da tempi antichi, è la sua funzione sociale. Dal sud dove vivevo da piccolo al nord in cui mi trovo adesso, le conversazioni più frequenti del lunedì mattina gravitavano intorno alle sue dinamiche. A discutere di qualsiasi dettaglio di quel macrocosmo, al bar, erano persone diverse per età e per estrazione sociale. Oggi, sarà perché i bar sono chiusi, quella colla inevitabilmente ha ridimensionato la sua presa. Nella bolla si è aperto un varco. Non sappiamo ancora quanto tempo ci vorrà perché torneremo a parlare di calcio. E nemmeno se lo faremo nello stesso modo al quale eravamo abituati. Eppure, leggere sulle bacheche dei social network di calciatori più o meno noti, così come di cittadini comuni, che ‘andrà tutto bene’, non può che farci sentire componenti di una medesima squadra.

Giuseppe Malaspina