Il desiderio di semplicità

Quando ci sono barriere che sembrano insormontabili, talvolta è sufficiente immaginarle più lontane per coglierne la vulnerabilità. Ne è stato testimone colui che ha servito a Diego Armando Maradona il pallone che ‘El pibe de oro’ ha pennellato fino a dentro la porta difesa da Stefano Tacconi, superando il muro bianconero. Non ci credeva Eraldo Pecci poco prima del tocco del calcio di punizione a favore del Napoli che Diego avrebbe fatto gol comunque. «Tocala un pochito indietro», le parole del fuoriclasse argentino al compagno scettico. Lo scetticismo di Eraldo si trasforma lesto in incredulità, e al San Paolo i partenopei segnano contro la Juventus nella stagione di campionato 1985/86. L’episodio, noto agli appassionati di calcio, è ripreso anche in un breve capitolo del libro ‘Ci piaceva giocare a pallone’, scritto proprio da Eraldo Pecci. L’ex calciatore romagnolo racconta istantanee della sua carriera sportiva. Ne viene fuori un onesto spaccato di una dimensione che sembra quasi perduta per sempre. Una narrazione condita da goliardia, amicizie fraterne e umorismo coltivato in provincia che probabilmente le giovanissime generazioni avrebbero faticato a ritrovare come proprio. Io l’ho letto di getto in una domenica di questi giorni d’isolamento. E quella sensazione di sospensione generata da un mondo presunto come lontano, paradossalmente, ha finito per assumere una conformazione più materiale, più fisica. In un tempo come quello straordinario d’emergenza che stiamo vivendo oggi, ogni singolo aneddoto narrato ha il potere di restituirci una semplicità delle cose, in grado di smarcarsi dalle parole della retorica. Una sorta di grimaldello per fare leva sull’omologazione di tanti pomeriggi, un po’ come la magia di Diego che sfida le leggi della fisica, e si congeda dal gesto con un sorriso. D’altronde, anche Eraldo Pecci si è sempre fatto notare per il suo approccio sorridente alla realtà. Lo ricordo come calciatore al Bologna negli anni del suo ritorno in rossoblù, in diverse interviste a fine gara. E come non trascurare, nel 2000, la sua partecipazione alle telecronache di Bruno Pizzul, agli Europei? «Bruno, sai perché i portieri turchi sono forti? Perché sono Ottomani», recitava più o meno così una battuta servita al compagno di conduzione. Anche da giocatore, Eraldo ha servito tanti assist. Il libro ricalca il viaggio, dai tempi dell’infanzia a Cattolica quando era un piccolo talento del Superga, passando per Bologna, Torino e lo scudetto granata 1975/76, Firenze, Napoli. Un percorso particolarmente avvincente, arricchito da una convocazione ai Mondiali del 1978 in Argentina, ma curiosamente narrato ‘dal basso’. Indugiando su dettagli come ristoranti, locali, alberghi, luoghi di allenamento. Spazi nei quali, a catturare l’interesse sono figure meno note alle cronache. Compagni di squadra che intraprendono altre professioni, massaggiatori provvisti di requisiti psicologici, dirigenti sportivi pittoreschi ma dall’amore viscerale per questo gioco. Senza chiaramente trascurare personaggi del calcio come Giovanni Vavassori, Enzo Bearzot, Giacomo Bulgarelli. Un affresco dove non mancano considerazioni su uno sport che divide i fautori dell’organizzazione, come per esempio il citato Arrigo Sacchi, e quelli più legati al contributo dei singoli campioni in un collettivo, come lo stesso autore del libro. Gli scambi veloci fra ala e mezzala in un primo contesto di calcio moderno, la bellezza di un torneo come quello di Viareggio, l’importanza della formazione primavera di una squadra, sono alcuni spunti che Pecci semina fra le pagine. Addirittura, in un passaggio, propone che l’allenatore vincitore di uno scudetto o di una Coppa dei campioni, dovrebbe essere promosso a responsabile del settore giovanile di quel club. Una soluzione spiazzante, per certi versi, ma che in uno scenario anche extracalcistico incerto come quello attuale, può aderire a una rimodulazione delle priorità non così inverosimile, quanto meno in futuro. Della dimensione artigiana del calcio e delle curiosità legate alle qualità dei suoi protagonisti meno cosciuti, poi, il testo è pieno di chicche dall’agile lettura. E il titolo non fa che sintetizzare un concetto che, per quel che mi riguarda, non può essere coniugato con il tempo imperfetto. Ci piaceva giocare a pallone, e ci piace ancora.

Giuseppe Malaspina