Dal Danubio al Brasile, le radici dell’Hajduk Spalato

Foto di Enrico Frabetti

Percorrendo la costa della Dalmazia, da Spalato fin giù a Dubrovnik, una cosa, più di ogni altra, colpisce la curiosità del viaggiatore: praticamente non c’è muro, ponte o porticciolo che non riporti scritte inneggianti all’Hajduk, la pincipale squadra di calcio spalatina. Non si tratta di semplici scritte sui muri, ma di vere e proprie opere di street art, che si trovano anche all’ingresso delle gallerie autostradali, il che fa nascere, anche nell’osservatore meno attento, il sospetto che ci sia un legame un po’ più che viscerale tra la meravigliosa Spalato e la sua squadra di calcio.

Foto di Enrico Frabetti

Nell’estate del 1950, un gruppo di marinai dell’isola di Korcula raggiunse le coste del Brasile, proprio nel pieno svolgimento dei campionati del mondo. Qui assistettero a numerose partite della Nazionale di casa, compresa quella, drammatica, contro l’Uruguay, passata alla storia come Maracanaço. Ciò che più li colpì, fu la passione con cui i tifosi brasiliani seguivano la loro squadra e, di ritorno in patria, decisero di riprodurre quel modello. Il 29 ottobre di quello stesso anno, durante una partita contro gli odiati rivali della Stella Rossa, lo stadio dell’Hajduk, che allora era ancora il vecchio ‘Stari Plac’, si riempì di tamburi e bandiere e un’atmosfera chiassosa ed entusiasta accompagnò la squadra fino alla vittoria. Quel giorno nasceva la ‘Torcida’, la prima tifoseria organizzata d’Europa, che, anche nel nome, riannodava quel filo rosso che lega, sia dal punto di vista tecnico che sentimentale, il calcio della ex Jugoslavia a quello brasiliano. Non è un caso se la Nazionale plava, finché è esistita, era soprannominata ‘Il Brasile d’Europa’. Fin dalla sua nascita, la ‘Torcida’ subì l’ostilità del regime titino, che mal tollerava forme di associazionismo che non fossero a esso riconducibili. I suoi capi furono espulsi dal partito comunista e in alcuni casi incarcerati, ma, nonostante l’opposizione del regime, fu proprio a Spalato, nel nuovo stadio ‘Poljud’, il bellissimo stadio dell’Hajduk che si affaccia, come una terrazza, sul mar Adriatico, che il 4 maggio 1980, durante un importante Hajduk – Stella Rossa, venne dato l’annuncio dall’altoparlante della morte del maresciallo Tito. La partita venne sospesa e tutti, giocatori, arbitro e pubblico, si unirono in un pianto collettivo, forse presagio della dissoluzione che, di lì a poco, avrebbe travolto la Jugoslavia. Ancora oggi, la ‘Torcida’ è un punto di riferimento per la cittadinanza di Spalato: le sue attività non si esauriscono al tifo da stadio, ma interessano anche forme di assistenza alla comunità, tutte finanziate dalle sovvenzioni dei soci. Politicamente, la tifoseria organizzata dell’Hajduk ha una forte connotazione nazionalistica, nulla di paragonabile, però, ai ‘Bad Blue Boys’, i loro omologhi della Dinamo Zagabria, quelli che, per intenderci, insieme ai ‘Delije’ della Stella Rossa guidati da Željko Ražnatović, meglio noto come ‘comandante Arkan’, diedero vita, il 13 maggio del 1990, agli scontri dello stadio ‘Maksimir’, da molti considerati l’antipasto della guerra civile.

Foto di Enrico Frabetti

L’Hajduk ha un’origine curiosa: pur essendo espressione della principale città della Dalmazia, non nasce a Spalato, ma a Praga, nel 1911, nella birreria ‘U Fleku’, per iniziativa di un gruppo di studenti spalatini che avevano assistito a una partita tra lo Slavia e lo Sparta ed erano rimasti incantati da quel mix di eleganza, forza fisica e deliziosi virtuosismi tecnici che, all’epoca, andava sotto il nome di ‘calcio danubiano’. Era normale, allora, per i rampolli della borghesia dalmata, studiare nelle principali città dell’Impero Austro-Ungarico, di cui la Dalmazia era parte integrante. Come nome si scelsero ‘Hajduk’, termine dall’origine incerta, probabilmente utilizzato dai Turchi per definire gli antichi guerriglieri balcanici che si opponevano alla dominazione ottomana, gli ‘havduk’, i banditi. E una spiccata coscienza di ‘opposizione’ è una caratteristica che i ‘Banditi’ di Spalato si sono sempre trascinati nel corso della loro storia: nel 1930, i giocatori dell’Hajduk, insieme a quelli di altre squadre croate, boicottarono il campionato del Regno di Jugoslavia, in segno di protesta contro quella che consideravano la dittatura di Belgrado. Durante la Seconda guerra mondiale, dopo l’occupazione italiana, l’Hajduk preferì sciogliersi piuttosto che partecipare alla Serie A. Ancora, nel 1944, giocatori e staff tecnico si unirono al gruppo di partigiani jugoslavi con base sull’isola di Lissa, divenendo la squadra di calcio ufficiale dell’Esercito di liberazione jugoslavo. Anche per questi meriti ‘politici’, l’Hajduk fu l’unica società calcistica che non subì il repulisti successivo alla nascita della Repubblica federale jugoslava, potendo conservare la propria gloriosa tradizione.

Foto di Enrico Frabetti

Calcisticamente, il punto più alto, i Banditi lo raggiunsero negli anni Settanta, sotto la guida tecnica di Tomislav Ivić. In realtà le radici di Ivić non affondano nella storia dell’Hajduk, ma in quella della seconda squadra di Spalato, l’Rnk, la squadra dei portuali, fondata nel 1912 da un gruppo di giovani anarchici, e chiamata, inizialmente Anarh. È probabilmente per queste origini operaie e popolari che il calcio che Ivić praticava all’Hajduk venne definito ‘industriale’, la variante dalmata al calcio totale olandese (Ivić allenò anche per un paio di stagioni all’Ajax). Con lui in panchina, l’Hajduk vinse due campionati di Jugoslavia e altrettante coppe nazionali, raggiungendo due volte i quarti di finale di Coppa dei Campioni e una volta le semifinali di Coppa delle Coppe. C’era anche Ivić, in lacrime sul prato del ‘Poljud, quel 4 maggio 1980, il giorno della morte di Tito.

Quel periodo d’oro non si è più ripetuto nella storia dell’Hajduk, dal cui vivaio, come da tutti i fertilissimi vivai delle squadre della ex Jugoslavia, sono usciti campioni come Alen Bokšić, originario di Makarska, piccolo borgo marinaro a pochi chilometri dalla grande Spalato, o Ivan Jurić, l’attuale allenatore del Verona. L’ultimo titolo croato vinto dagli spalatini risale, ormai, al lontano 2005. Da allora il campionato è un monologo dell’odiata Dinamo Zagabria, con l’unica, sorprendente vittoria del piccolo Rijeka nel 2017. Ma, scendendo dal Palazzo di Diocleziano verso il porto e la periferia, fino ad arrivare allo stadio ‘Poljud’, oppure percorrendo le strade della costa dalmata, i segni della passione ‘brasiliana’ dei tifosi restano intatti, perché l’Hajduk è ‘Dalmatinski ponos’, ‘l’orgoglio della Dalmazia’.

Enrico Frabetti