La difficoltà di assemblare la propria formazione ideale

Immagine da Youtube

I cassetti del comodino e gli scaffali della libreria, talvolta, restituiscono gli appunti di vecchi progetti. Sono trascorsi ormai quattro anni di impegni e incombenze familiari, infatti, da un’idea che insieme a un amico avevo tentato di sviluppare. Il concetto di partenza era legato alla passione calcistica, e al ruolo della memoria nel proprio immaginario sportivo. In sintesi, l’intenzione era di creare un piccolo archivio di formazioni ideali, un insieme di tanti puzzle di undici pezzi ciascuno, con i nomi di calciatori di epoche diverse tenuti insieme dall’impatto che avevano generato nei tifosi delle loro squadre. Le numerose combinazioni di giocatori di ogni club, che sarebbero emerse, avrebbero aperto finestre narrative interessanti. Eppure, dopo avere sentito alcuni tifosi e raccolto le prime formazioni, per una serie di circostanze il progetto ha finito per arenarsi. Una tendenziale omologazione fra le risposte, oltre a qualche imprevisto di fondo, ha reso l’iniziativa priva di quella forza che avevo immaginato. Così, le pagine scritte si sono sedimentate in attesa di una nuova ripresa. Nel frattempo, questi giorni di isolamento hanno anche fornito lo spunto per comprendere i punti di debolezza di un tale lavoro. Costruire la formazione ideale della propria squadra è un gioco non così semplice da realizzare. Intanto, occorre definire quale sia la squadra del cuore. Se quella delle radici, coincidente con la città dalla quale si proviene, e che ha attivato la prima connessione con il mondo del calcio. Oppure, se quella della maturità, quando quel tappeto verde è ormai una dimensione interiore e insieme corale. Alla stregua di spettatori di un concerto che si riconoscono nel significato di quei testi, nel ritmo di quelle note, nell’energia di quella musica. Risolto il dubbio alla base, il prossimo ostacolo giunge dal criterio di scelta dei calciatori. Inserisco il più forte? Il più vincente? Il più provvisto di abnegazione alla causa? Nei luoghi di provincia del pallone, gli esempi sono tanti, da Luca Mora nella Ferrara biancazzurra della Spal, fino a Fausto Salsano nella Genova blucerchiata della Sampdoria. E la bella speranza che poi esplose altrove? O la meteora che, in mezzo a uno scetticismo di massa, gioca la stagione della sua vita? Gli incroci sono potenzialmente infiniti, come i gusti di ogni singolo supporter. E, come agire nell’eventualità di una sovrabbondanza di calciatori nello stesso ruolo? La scelta è fra preservare una formazione coerente nel suo equilibrio tattico, o azzardare uno schieramento eccessivamente sbilanciato. Ricordo il caso di un amico interista, affezionato allo stesso modo tanto a Facchetti che a Roberto Carlos. Una corsia di sinistra troppo stretta per entrambi, al punto che il mancino brasiliano venne posizionato nel suo ruolo naturale come esterno difensivo, mentre il buon Giacinto finì strategicamente collocato mediano in un centrocampo a due. Da piedi di Andrea Pirlo a quelli di Roberto Baggio, non è rara la situazione di tifosi di squadre differenti che non esitano a considerarli fra le proprie fila. A proposito del ‘divin codino’, c’è anche un amico juventino che preferisce non affollare una trequarti già ricca di elementi come Michel Platini e Alessandro Del Piero, perché «per me Baggio è il calcio». C’è poi una figura emblematica come Diego Armando Maradona, la cui presa è così singolare sul pubblico da renderlo essenziale sia a supporto di un centrocampo più tecnico con gente come Oscar Magoni, Salvatore Bagni e Marek Hamšík, che a sostegno di una linea più polmonare, rinfoltita da elementi come Ferdinando De Napoli, Antonio Jiuliano, Luigi Caffarelli. A introdurre un’ulteriore ‘difficoltà’, poi, sono le squadre già iconiche a pronunciarle. Un esempio è offerto dai colori granata. Come fa un tifoso del Grande Torino a praticare una coabitazione fra l’undici dall’incipit ‘Bacigalupo-Ballarin-Maroso’ e l’altrettanto talentuoso e sfortunato Gigi Meroni? Sacrificare qualcuno del gruppo storico per far posto alla ‘farfalla granata’ e magari a un più recente Gianluigi Lentini, o mantenere integre quelle colonne come se fossero pilastri insostituibili di un tempio? Il gioco potrebbe proseguire all’infinito, in una sorta di racconto dalle atmosfere di Ennio Flaiano. Una pubblicità dell’Adidas del 2006, in occasione dei Mondiali in Germania, propose uno scenario curioso. Due ragazzini si sfidavano a pallone in un cortile polveroso, contendendosi a pari o dispari grandi nomi del calcio. La sospensione dell’incredulità dello spot raggiunge un punto cruciale quando saltano perfino le coordinate temporali. E nella squadra dove gioca il portiere Oliver Kahn arriva improvvisamente il mitico Franz Beckenbauer. Infine, a cercare di accomunare più generazioni di tifosi, potrebbe venire in soccorso la top 11 di sempre della Nazionale. In un’intervista al Corriere dello sport di un lustro fa, Bruno Pizzul disegna la sua. Un quattro-quattro-due che recitava così: Zoff, Burgnich- Rosato-Scirea-Maldini, Conti-Bulgarelli-Rivera-Totti, Boninsegna-Riva. Un concentrato di carattere e romanticismo. Come un vino da sorseggiare, in compagnia di un vecchio amico.

Giuseppe Malaspina