Addio a Ezio Vendrame, il poeta che amava giocare al pallone

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Se la metrica nasce con l’intenzione di disciplinare il ritmo dei versi, perché qualcuno si sarebbe dovuto inventare la licenza poetica? Una sorta di grimaldello per scardinare la struttura della cassaforte che le stesse mani avevano costruito prima? Forse perché ogni linguaggio, dall’arte alla politica, s’interroga da tempo immemorabile sulla ricerca di un baricentro fra due principi come l’uguaglianza e la libertà. Fra quell’armonia di fondo che garantisce a tutti le condizioni minime per rimanere a galla, e quella spinta individuale a compiere un tuffo più ardito e dissonante, magari avventurandosi a esplorare un fondale. Fare e disfare, dunque, come declinazioni di una medesima attività finalizzata a rendere quello della tela, il migliore di tutti i tessuti. Se c’è un linguaggio in continua evoluzione nel terreno dell’arte e della politica, ce ne è uno anche nello sport. Ci sono stati scrittori e poeti che hanno amato il calcio, e lo hanno praticato. Più raramente, ci sono stati anche calciatori che hanno coltivato l’arte della scrittura. Ezio Vendrame, che è scomparso oggi all’età di settantadue anni, probabilmente apparteneva alla prima categoria menzionata, anche se verrà annoverato nella seconda. Il curriculum calcistico che ne offre il web indica un passato nelle giovanili dell’Udinese, e una carriera che si dipana dalla fine degli anni Sessanta all’inizio degli Ottanta, fra Spal, Torres, Siena, Rovereto, Lanerossi Vicenza, Napoli, Padova, Audace SME, Pordenone e Juniors Casarsa. E Casarsa della Delizia è proprio la città d’origine di questa mezzala provvista di fantasia e cresciuta in un orfanatrofio, per cui il pallone rappresenta essenzialmente un gioco. Dove quello che conta è emozionare gli spettatori. Ma, a questo proposito, è interessante chiedersi quando nasce un’emozione nel calcio. Perché, se è vero che la segnatura di una rete rappresenta il punto di sbocco di un’emozione, allo stesso modo è importante la costruzione che la sottende. Per Pier Paolo Pasolini «ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica». Ezio Vendrame guarda il fenomeno da una prospettiva opposta. «Il gol è la fine di tutto. È proprio come quando, in un amplesso, tu raggiungi l’orgasmo. Tu raggiungi l’orgasmo, e quindi hai fatto gol, e dovresti ricominciare», le sue parole nel corso di una recente intervista video. Un racconto che, alla stregua di un parallelismo fra il gioco del calcio e quello del corteggiamento, sottolinea tutto quel meraviglioso microcosmo che comprende «i preliminari, le coccole, i baci, quindi i passaggi d’esterno, il tunnel, la finta». Nel serbatoio calcistico di Vendrame, il mix di talento e anticonformismo ha la forma di un genio che non vede l’ora di correre al di fuori dalla bottiglia. Ad asciugarne in inchiostro le piccole grandi imprese dalla provincia, ci sono articoli che hanno messo su carta un’autentica aneddotica. Dal tunnel al milanista Gianni Rivera in barriera, su appoggio da calcio di punizione del compagno del Vicenza Renato Faloppa, all’episodio in cui sale sul pallone con entrambi i piedi per scrutare un attaccante libero da servire, fino al momento in cui interrompe una fase del gioco di una partita per salutare il cantautore Piero Ciampi, amico presente in tribuna. «Io, se vedo un poeta a bordo campo, fermo tutto. Va bene, c’è la partita… », reciterà tanti anni dopo in un brano di Filippo Andreani, dal titolo ‘Il primo non esiste’, dell’omonimo album. Oppure, quando realizza una rete direttamente da calcio d’angolo alla sua ex squadra Udinese, dopo essere stato fischiato da quello che era il suo pubblico, e soprattutto dopo essersi soffiato il naso sulla bandierina del corner. Del gesto involontario nei confronti del ‘golden boy’ si dispiacerà, come per quel tifoso morto per infarto durante una sua adrenalinica discesa nella propria area dribblando i compagni, scartando il portiere e bloccando il tiro, per poi fare ripartire l’azione. D’altronde, un movimento artistico della seconda metà dell’Ottocento come la Scapigliatura era pregno di un senso di ribellione verso la cultura tradizionale. E allora l’anticonformismo di uno scapigliato che ricorda un po’ Mario Kempes, un po’ George Best, ribalta la visione arcadica che ha spesso permeato il calcio, e restituisce quella differenza che passa fra chi vuole essere un calciatore, e chi semplicemente ama giocare al pallone. Perché Vendrame, che del calcio amerà l’aspetto giocoso, non si lascia sedurre da ambizioni sportive, ma si dedica a scrivere e ad amare. Un eros raccontato attraverso l’involucro delle passioni e il fuoco dei sentimenti, da libri come il più famoso ‘Se mi mandi in tribuna, godo’ o il più recente ‘Via Quarto 49’, dove in un capitolo si sofferma su un musicista di strada che ogni pomeriggio, alla stessa ora, si concede una sosta nel luogo dove era stato lasciato dalla sua compagna. Il dolore, come l’amore e la libertà, peraltro, sono temi presenti nella poetica del suo amico Piero Ciampi. E, in questo sabato di un aprile artificiale, mi piace pensare che Ezio e Piero siano seduti da qualche parte a ridere della vita, delle sue armonie e delle sue dissonanze.

Giuseppe Malaspina