Quegli otto round per scrivere una leggenda

Immagine dal poster promozionale dell'incontro

In una sequenza di ‘When we were kings’, il docufilm del 1996 diretto da Leon Gast, Spike Lee denuncia quanto sia spaventosa l’ignoranza dei giovani di allora (e possiamo immaginarci anche di quelli di oggi) rispetto alla storia di Muhammad Ali. «Questi ragazzi perderanno molto se non conosceranno l’opera di Ali – afferma il regista afroamericano – perché, a prescindere dall’epoca in cui si vive, è raro trovare dei veri eroi». Anche se la parola ‘eroe’ non mi piace, perché terribilmente abusata, non c’è dubbio che Muhammad Ali sia uno di quelli a cui la si possa accostare senza timore di esagerare. Perché non è esistito sportivo al mondo che, come ‘The greatest’, abbia avuto un impatto così forte sulla realtà sociale e politica del suo tempo, pagando in prima persona il prezzo delle sue scelte. Può essere, quindi, un utile esercizio della memoria, in questi giorni che per molti sono di quarantena forzata, recuperare il documentario di Leon Gast (tra l’altro facilmente reperibile su Youtube anche in versione sottotitolata), che ripercorre ‘Rumble in the jungle’, quello che, probabilmente, è stato il più grande evento sportivo, e non solo, di tutti i tempi.

È il 30 ottobre 1974 a Kinshasa, capitale dello Zaire, nel cuore di tenebra dell’Africa nera. Sono le quattro del mattino e allo Stade Tata Raphaël, un vecchio impianto costruito nel 1917 e trasformato in pochi mesi di lavori frenetici in una grande arena, ci sono circa sessantamila persone che gridano ossessivamente una cantilena ritmata che ripetono ormai da due mesi: «Ali bomaye», ‘Ali uccidilo’. Si rivolgono a quello che dal 10 settembre, dal momento cioè del suo sbarco nello Zaire, hanno scelto come loro idolo, Muhammad Ali, ‘The greatest’, ‘Il più grande’, che sta aspettando di affrontare George Foreman, il detentore del titolo mondiale dei pesi massimi, che aveva osato presentarsi, appena sceso dall’aereo che lo aveva portato a Kinshasa, con un cane lupo al guinzaglio, simbolo degli odiati colonizzatori belgi. È il primo grande match valevole per la corona mondiale mai organizzato in Africa tra due pugili di colore.

Se quell’incontro si sta disputando proprio lì e se gli occhi di tutto il mondo sono puntati su Kinshasa, il merito è di due uomini forse solo apparentemente diversi: uno ha vissuto almeno due vite e, prima di diventare il più controverso organizzatore pugilistico della storia, era stato in galera per aver ucciso un uomo. Ha un casco di capelli neri in testa, dritti come se avesse infilato la mano in una presa elettrica e il suo nome è Don King. L’altro si chiama Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Zabanga, per tutti solo Mobutu, ed è il sanguinario dittatore dell’ex Congo belga, da lui ribattezzato Zaire. È stato Mobutu, forte delle sue ricchezze immense dovute ai diamanti di cui gronda la sua terra, a offrire a Don King la borsa monstre, per quei tempi, di dieci milioni di dollari per portare Ali e Foreman nello Zaire, battendo la concorrenza del Madison Square Garden di New York, tempio della boxe mondiale. Vuole usare quell’evento per le ragioni di propaganda per cui il potere è solito strumentalizzare lo sport. Lui e Don King stanno creando il più grande happening di cultura afroamericana della storia, proprio nella terra da cui partirono, due secoli prima, le navi cariche di schiavi dirette verso gli Stati Uniti. Nei giorni che precedono l’incontro si tiene a Kinshasa un grande concerto di musica black a cui partecipano, tra gli altri, B.B. King e James Brown.

Nel 1974, quando sale sul ring di Kinshasa, Ali è già una leggenda. Era diventato campione mondiale dei pesi massimi dieci anni prima, battendo a sorpresa a soli ventidue anni Sonny Liston, con il suo inconfondibile stile da ballerino, splendidamente sintetizzato nella massima coniata dal suo stravagante secondo, Drew Bundini Brown, uno che, confidenzialmente, chiamava Dio ‘Shorty’: «Fluttua come una farfalla, pungi come un’ape». All’epoca del match contro Liston, Ali, originario di Lousville nel Kentucky, si chiamava ancora col suo nome da schiavo affrancato, Cassius Clay. Il giorno dopo quella vittoria fece sapere al mondo intero che si era convertito all’Islam e che da allora si sarebbe chiamato Muhammad Ali. Ai giornalisti che gli chiedevano come si sarebbe comportato quando gli fosse arrivata la chiamata alle armi per la guerra in Vietnam, rispose con una frase passata alla storia: «Io non ho niente contro i Vietcong, non mi hanno mai chiamato negro». Frase che gli valse l’odio dell’America ‘Wasp’, bianca e benpensante e, soprattutto, la perdita del titolo mondiale e della licenza per boxare negli Stati Uniti, a causa di una condanna a cinque anni di carcere per renitenza alla leva che lo tenne lontano dal ring negli anni migliori per la carriera di un pugile. Quando tornò, al termine di una lunga e dispendiosa battaglia legale che si concluse col riconoscimento, da parte della Corte suprema, del suo status di obiettore di coscienza per motivi religiosi, era ormai un simbolo della lotta per i diritti civili.

Quella notte a Kinshasa fu come se si fronteggiassero due mondi: Foreman, infatti, era quello che Ali definiva sprezzantemente uno ‘Zio Tom’, perfettamente integrato con l’establishment bianco e rispondente allo stereotipo che considerava i pugili come dei bruti senza cervello, «nati per divertire la folla e per soddisfare la sua sete di sangue». Del resto lo stesso ‘Big George’ non aveva fatto molto per smentire ‘The greatest’: alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, mentre Tommie Smith e John Carlos, durante la cerimonia di premiazione dei 200 metri, avevano levato il pugno guantato di nero in segno di protesta contro le discriminazioni razziali negli Stati Uniti e di solidarietà con il ‘Black power’, lui aveva festeggiato la vittoria dell’oro nei pesi massimi avvolto nella bandiera a stelle e strisce. Ma quella notte di ottobre del ’74 tutti i favori del pronostico erano per lui, più giovane di Ali di sette anni e unanimemente considerato un picchiatore implacabile, come aveva già dimostrato demolendo in un paio di riprese ‘Smokin’ Joe Frazier. Prima dell’incontro, nello spogliatoio di Ali regnava un’atmosfera da funerale, «era come un corridoio d’ospedale dove i parenti attendono di sapere com’è andato l’intervento», racconta Norman Mailer nel suo imprescindibile ‘The fight’.

Ali sa che non può affrontare quel colosso volteggiandogli attorno, dopo gli anni di forzata inattività non fluttua più con la leggerezza di una farfalla. Perciò opta per una tattica apparentemente suicida, aspettare il suo avversario. Guardando le immagini di quello straordinario incontro, è come se fossimo alle corde con Ali, martoriato dai tremendi pugni di Foreman. Ma quello di ‘The greatest’ è l’ennesimo colpo di genio di uno dei pugili più grandi di tutti i tempi: lasciarsi letteralmente malmenare dall’avversario, assorbendo i suoi micidiali colpi stando quasi sdraiato sulle corde, nell’attesa che si logori e le sue forze svaniscano, e nel frattempo provocarlo con frasi del tipo «È tutto qui quello che sai fare, George?», fino a farlo schiumare di rabbia, per poi, dopo averlo cucinato per bene, passare al contrattacco. Ed è quello che succede all’ottavo round, quando Ali, piu fresco del suo avversario, si stacca dalle corde e sferra un poderoso destro alla mascella di Foreman che lo fa planare lentamente al tappeto. Ancora Norman Mailer: «poi, un proiettile delle dimensioni esatte di un guantone da boxe centrò in pieno la mente di Foreman… la sua mente lo tratteneva con un magnete grosso come il suo titolo, ma il suo corpo cercava il suolo… cadde per due lunghi secondi… e Ali girava con lui in uno stretto cerchio, le mani pronte a colpirlo ancora una volta, e non ce ne fu bisogno, non fece altro che scortarlo al tappeto». Dopo aver sbalordito il mondo dieci anni prima battendo il favorito Liston, dopo essere stato in prigione e essersi battuto da solo contro l’America segregazionista, ‘The greatest’ era di nuovo campione del mondo.

Quel match epocale lasciò pesanti segni su entrambi i pugili: furono probabilmente i pugni presi quella sera e ancor più durante il terribile ‘Thrilla in Manila’ del 1975, il terzo, selvaggio incontro della serie con Joe Frazier, a minare definitivamente il fisico di Ali e a provocargli il Parkinson. Foreman, invece, uscì dalla notte di Kinshasa psicologicamente distrutto. Come disse in una bella intervista rilasciata a Emanuela Audisio qualche anno fa, in occasione dei quarant’anni da quel 30 ottobre: «Tutto quello che volevo e avevo non c’era più. Essere campione del mondo era l’unica mia identità e ora non ero più nessuno». Dopo l’ennesima sconfitta, nel 1977 si ritirò dalla boxe, abbracciò la fede cristiana e divenne un predicatore, per poi, al culmine di una bizzarra parabola esistenziale e sportiva, risalire sul ring e tornare campione mondiale dei massimi nel 1994, a quarantacinque anni. Lui e Ali divennero grandi amici e, a rivederla oggi, ancora commuove la scena di Foreman che aiuta ‘The greatest’, ormai devastato dalla malattia, a salire i gradini del palco per ricevere l’Oscar assegnato nel 1997 a ‘When we were kings’.

Enrico Frabetti