L’uscita di René Higuita, da icona a meta-icona

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«Il destino mescola le carte e noi giochiamo», recita una frase attribuita ad Arthur Schopenhauer. A questo proposito, lo scenario sportivo è fitto di incroci che pescano nella suggestione filosofica dell’aforisma. Così, in un pomeriggio di giugno di trent’anni fa, il match fra due Nazionali impegnate in un Mondiale offre un’occasione d’incontro a un paio di calciatori, alle prese con la particolare traiettoria della propria filosofia di vita. Allo stadio ‘San Paolo’ di Napoli va in scena la sfida fra Colombia e Camerun. Le due compagini giungono ai quarti di finale, dopo essersi qualificate nei rispettivi gruppi. La Colombia di Carlos Valderrama è reduce da un ripescaggio fra le migliori terze, dopo una vittoria per 2-0 contro gli Emirati Arabi Uniti, una sconfitta per 1-0 rimediata giocando contro la Jugoslavia, e un pareggio contro la Germania Ovest, segnando e subendo un gol. Il fattore sorpresa e la compattezza in campo caratterizzano invece il cammino di François Omam-Biyik e compagni. Collocati nel gruppo dell’Argentina detentrice del titolo, i ‘Leoni indomabili’ vincono proprio all’esordio contro la squadra di Diego Armando Maradona per 1-0. Al secondo match contro la Romania, strappano il pass grazie al risultato di 2-1, concedendosi il lusso di perdere 4-0 poi contro l’Unione Sovietica. Tutto è dunque pronto per la sfida fra le due Nazionali. Eppure, a passare alla storia di quella partita del campionato del mondo è il duello iconico fra il portiere colombiano René Higuita e l’attaccante camerunense Roger Milla. Da una parte la comprovata spericolatezza tattica dell’estremo difensore sudamericano, avvezzo a frequenti uscite fuori dalla sua area, e dall’altra il trentottenne protagonista di tre edizioni della Coppa d’Africa, intenzionato a chiudere con la Nazionale prima di Italia ’90, ma richiamato e convinto a vestirne ancora i colori all’ultimo istante. Il futuro, nel 1994, gli riserverà anche la soddisfazione di giocare un altro Campionato del mondo e segnare una rete a quarantadue anni scolpendo un record ancora imbattuto, ma questa è un’altra storia. Il presente di quella partita contro la Colombia gli offrirà, partendo sempre dalla panchina, la possibilità di contribuire al superamento del turno. D’altronde, nella vittoria precedente contro la Romania, c’è lo zampino finale di Miller, noto come Milla, nelle due determinanti segnature. Subentrato al compagno Emmanuel Maboang, realizzerà i due gol che sanciranno la qualificazione. Stavolta, però, la sua squadra allenata dal russo Valerij Nepomnjaščij dovrà misurarsi con l’organizzazione di gioco del commissario tecnico Francisco Maturana. Un collettivo che risalta scenograficamente per le chiome dei suoi capelloni René Higuita e Leonel Álvarez, in forza all’Atlético Nacional, e del capitano Carlos Valderrama, reduce dal biennio francese al Montpellier. Al di là dei look, il gruppo si fa notare per la costruzione di una manovra offensiva, che fa leva intensità di gioco e tocchi di prima. E poi, c’è René in porta, un concentrato di agilità e carattere. La sua leadership, in una retroguardia che comprende anche il talentuoso e sfortunato Andrés Escobar (ma questa è un’ulteriore, e drammatica, vicenda che si consumerà quattro anni dopo), è indiscussa. All’epoca non c’era internet a sopperire a esigenze di consultazione, e la fama delle sue improvvise uscite fino, e talvolta oltre, la metà campo arriva da articoli di giornalismo sportivo. Rivedendo vecchi filmati antecedenti al Mondiale, tuttavia, mi sono convinto che spesso le sue sortite offensive vengono etichettate come folli con superficialità. Intendo dire che il non-senso di una sua incursione è destinato a rimanere tale se essa viene messa in atto una tantum, a infrangere la logica di una partita. Ma farvi ricorso con una regolarità quasi scientifica durante lo stesso arco di una gara, sembra obbedire piuttosto a uno schema rodato. Probabilmente il brivido, la scintilla, l’istinto primordiale è presente in Higuita da tempo, ma chi lo allena ne ha una piena percezione, e agisce per renderlo funzionale al team. La disinvoltura con la quale avanza in territori convenzionalmente proibiti del terreno di gioco, e l’apparente sicurezza esibita dai compagni, lasciano infatti presumere che dietro la performance ci sia un lavoro di rifinitura estremamente meticoloso. Un po’ alla stregua dei personaggi dei film di azione, in voga a cavallo fra la fine degli anni Ottanta e l’avvio dei Novanta. Anni nei quali spopolavano i wrestler statunitensi nei palinsesti notturni italiani. Così il baffuto e riccioluto René, il cui aspetto caratteriale non coincide per esempio con quello di un collega come Jean-Marie Pfaff, ma è comunque provvisto di una tecnica invidiabile, procede verso il centrocampo, fra l’emozione del pubblico, con i nervi saldi. Pare portare un cartello invisibile, che nel mondo dei lottatori si paleserà invece più avanti, con il messaggio ‘Don’t try this at home’. ‘Non provatelo a casa’, rimanete pertanto nella sospensione della credulità perché spingersi così lontano è un esercizio da professionisti. Veniamo dunque alla partita, che nonostante i tempi regolamentari, si trascina in un tabellino a reti inviolate. Al cinquantaquattresimo minuto, però, viene sostituito Louis M’fédé. Al suo posto, fa l’ingresso in campo l’esperto Roger Milla. Ed è proprio lui che, al minuto 106, raccoglie un assist aggirando la difesa avversaria e trafigge Higuita, che fino ad allora aveva compiuto una discreta prestazione. Un colpo duro per la squadra colombiana, obbligata dunque a recuperare lo svantaggio poco prima del fischio finale. La sfida fra le due filosofie, il momento in cui le carte mescolate dal destino sono alla resa dei conti sopravviene tuttavia appena due minuti più tardi. Le due compagini sono riversate nella metà campo camerunense e René corre in avanti per recuperare un pallone vagante. Il cerchio che separa il rettangolo di gioco è più vicino del solito e, alle sue spalle, la distanza dalla porta è un pensiero non immediatamente contemplato. C’è da far ripartire un’azione per cercare il pareggio. Higuita stoppa la sfera con il piatto destro, la sospinge più in là con lo stesso piede, poi la cede al difensore Luis Perea alla sua destra, stavolta con il sinistro. Il tocco di ritorno di quest’ultimo al portiere è debole, e innesta la spinta propulsiva di Milla che, in quello scatto, libera l’esplosione di un’energia cinetica mai sopita. René vede disvelarsi l’accorrente punta rivale, ma il suo piede sinistro d’appoggio rimane ancorato al terreno. Con il destro tenta uno stop a seguire che gli consenta di spostare la palla sul lato opposto del corpo, al riparo dalla sortita nemica. Ma l’effetto del controllo d’esterno è sciagurato. Il rimbalzo è lieve, ma soprattutto spiove sul lato destro, proprio in mezzo alla traiettoria disegnata da Roger. Milla è un fulmine con la palla incollata al piede e una prateria che invoca solo di essere attraversata. Higuita lo rincorre, tenta di atterrarlo da dietro con una sorta di intervento da arti marziali, ma invano. Il Milla festoso di un paio di minuti fa è un infinitesimo distillato di gioia rispetto a quel gesto, scaturito in lunghi interminabili istanti. Il gol è un’inevitabile condanna. La festa è una bandierina del corner con cui danzare felici. Per l’estremo difensore colombiano, invece, cala il buio di una nemesi imprevista. Fino a poco prima, le sue proiezioni offensive lo avevano reso un’icona di portiere-costruttore materiale di gioco. L’errore rischia di scardinare un meccanismo in cui ha sempre creduto. Poco importa che, prima del triplice fischio, arriverà il gol di Bernardo Redin, su assist di Valderrama. Lo sbaglio che costa l’eliminazione non si smaltisce in un batter d’occhio. La sua insistenza nella ricerca di interventi sotto porta fuori dal comune, lo porterà in futuro a dar vita al ‘colpo dello scorpione’, parata praticata a mezz’aria con i piedi uniti e slanciati dietro la testa. Spostandoci nuovamente alle sue uscite apparentemente spericolate, René coglie l’opportunità, proprio di recente, di attualizzarle in chiave ironica. Lo scorso 19 marzo, in tempi dunque di emergenza Coronavirus, posta una foto indicativa del vecchio episodio con Milla su un suo profilo social. A corredo un commento che, tradotto, suona circa così: «In tanti mi hanno mandato questa immagine. Se questa foto per prendere coscienza, la userò anch’io… Prima la salute, se puoi fare le tue cose da casa, non uscire… ». Con un colpo dello scorpione a carattere digitale, trasforma quel piccolo e decisivo errore sportivo, figlio di un gesto diventato un’icona, in uno strumento di mediazione per lanciare un messaggio. L’uscita fisica ‘rientra’ virtualmente, e da icona diventa meta-icona.

Giuseppe Malaspina