Un centravanti immaginario che divenne scrittore

Uno dei vocaboli più insoliti per descrivere la varietà dell’universo della natura ha abitato per circa un decennio nella libreria che condividevo con mio fratello. Fra gli scaffali destinati a ospitare le letture della mia e della sua adolescenza, su rettangoli di pagine bianche, ha ruggito con fierezza una femmina di ‘tigrillo’. Una dei protagonisti del romanzo ‘Il vecchio che leggeva romanzi d’amore’ ha guardato scorrere le nostre vite ai tempi delle scuole medie. Chissà se siamo riusciti a cogliere fino in fondo i messaggi seminati lungo il racconto dal suo autore, il cileno Luis Sepúlveda, scomparso oggi dopo essere stato contagiato dal Coronavirus. Non so spiegarmi il perché, ma quella parola, ‘tigrillo’, ha finito per incastonarsi nella mia memoria, come una specie di chiave d’accesso verso la sua particolare poetica. Se avesse scritto semplicemente ‘tigre’, ‘gatto tigre’ o ‘felino’ probabilmente non si sarebbe creata una connessione con un mondo dove hanno trovato il proprio spazio ideale la letteratura, l’impegno politico, e anche il calcio. Già, perché le torture della dittatura militare cilena hanno compresso una libertà che, una volta riconquistata, ha riconosciuto in questo sport un’ulteriore boccata d’ossigeno da assaporare. «Quel giorno il Cile perse un centravanti e guadagnò uno scrittore», racconterà a proposito di uno dei bivi che la vita presenta nel passato. All’interno della sua biografia, una data significativa è il 1996. Un anno che segna il suo trasferimento definitivo in Spagna, a Gijón. E, proprio nella città delle Asturie, si innamora della storia della squadra di calcio locale. I biancorossi dello Sporting accendono l’entusiasmo di una comunità prevalentemente di pescatori e minatori. Nel campionato 1996/97, in rosa ci sono il difensore ex sovietico Jurij Nykyforov, il centrocampista argentino Hugo Pérez, il centravanti nigeriano Rashidi Yekini, l’attaccante spagnolo ex Barcellona Julio Salinas. Un gruppo che punta sull’esperienza e che evoca un compromesso fra fascinose combinazioni e inevitabile realismo. Ma lo scrittore cileno non ama il termine ‘compromesso’. E, se la squadra arriverà quindicesima in Lega, e l’anno prossimo addirittura retrocederà, poco importa. La passione e la storia non si baratta con i risultati. E poi, c’è l’attrazione per un club italiano che ha ancora il rosso nei suoi colori sociali. Quella Roma che ha già avuto il suo ottavo re in Falcão negli anni Ottanta, e che adesso rincorre le traiettorie di colui che ne diverrà il più fantasioso rappresentante di tutti i tempi. Con la numero 10 c’è Francesco Totti, mentre in panchina siede un allenatore boemo dai modi impassibili e dalla forte personalità, che risponde al nome di Zdeněk Zeman. Questo emblematico punto di convergenza fra serbatoio di fantasia sotto controllo del calciatore e proiezione offensiva fino a quasi la spregiudicatezza del mister, sembra stuzzicare l’immaginario dello scrittore cileno. Chissà come avrà giudicato il biennio zemaniano, al di là di un quarto e di un quinto posto in classifica conquistato. Ad alimentare la curiosità sulle preferenze calcistiche di Luis Sepúlveda, c’è poi la figura dell’allenatore Marcelo Bielsa. «Amo Zeman, Falcão e Bielsa», le parole che pronuncerà nel corso di un’intervista. Soprattutto perché trovare uno spazio di coabitazione fra tre gradualità crescenti del calcio, la ricerca del gol in più, l’estetica del palleggio e la cura meticolosa della fase offensiva da ogni angolatura di campo, è esercizio quantomeno fuori dal comune. Probabilmente, l’etica comportamentale di uno scrittore che ha creduto in ideali non suscettibili di essere piegati, ha determinato magari inconsapevolmente la sua visione dello sport. D’altronde, si può decidere di ruggire da ogni angolo del mondo, perfino dallo spigolo di una libreria. Come fa una tigre. Anzi, un tigrillo.

Giuseppe Malaspina