Quel bancone nel mezzo di un non-luogo

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Ci sono gagliardetti che conoscono bene il senso della sospensione. Perché continuano a rimanere sospesi sulle pareti bianche, o fasciate da carte da parati, di locali che li hanno accolti in nome di una fede calcistica. E poco importa per loro se oggi, in tempi di quarantena, devono fare i conti con i portoni chiusi, le tazzine capovolte, i banconi vuoti e svuotati di chi occupa il loro spazio fisico. Quello fra bar e sport non è solo un rapporto fra due sostantivi. C’è una miniera di relazioni umane che ha trovato nell’incontro fra quel luogo materiale, oggi non-luogo, e quel mondo tanto evocativo da essere osservato da un tavolino dove è riposto un giornale, il suo terreno autorigenerante. Chissà se è proprio la capillarità con la quale questo binomio, bar-sport, è diffuso nel territorio nazionale, ad avere ingenerato in taluni un’idea distorta di superficialità. D’altronde, il fiorire di espressioni come ‘chiacchiere da bar’ o ‘discorsi da bar’, fa sì che, ogni volta che si ripetono, sembrano condite da un senso di superiorità neanche particolarmente occultato. Come se quel posto, che peraltro fino a poco tempo fa ha attraversato la linea della nostra quotidianità, non fosse degno di ospitare la nostra parte più edificante. E si traducesse nello specchio di un pensiero frivolo, o del tutto privo di contenuti. Per quanto mi riguarda, della superficialità attribuita da alcuni ai bar, io riconosco solo… le superfici. Quella rettangolare del bancone che separa la fatica di coloro che ci lavorano dietro, dalle pause che si concedono coloro vi approdano innanzi. Se poi quel bancone, fra riflessioni esistenziali e pettegolezzi, pudore e socievolezza in mezzo al ventaglio delle più ampie declinazioni dell’essere umano, diventa la piattaforma sulla quale sviluppare una conversazione a tema calcistico, in diversi lo hanno intercettato. E non si contano i film che pescano in tale capiente immaginario. Alcuni effetti sono singolari, come nelle sequenze di ‘Eccezzziunale… veramente’ del 1982, dove Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Teo Teocoli e Ugo Conti, attori notoriamente milanisti, impersonano tifosi dell’Inter. In molte, probabilmente, non sono pellicole eccessivamente pretenziose. Eppure, l’aspetto curioso è che il concetto stesso di pretesa, in un periodo di rielaborazione delle priorità come quello che stiamo vivendo, fa quasi sorridere. Così, in questi giorni di isolamento domestico e di tempo inevitabilmente dilatato, mi è capitato più volte di pensare al bar. A qualcuno della mia città, a qualche altro del paese dove trascorrevo l’estate. A quelli dei viaggi che mi hanno portato fin dove abito adesso. E poi, quelli al centro, quelli in periferia, quelli vicino agli stadi. Perché mi piace variare con regolare periodicità. Il profumo dei cornetti al pistacchio di uno, i quotidiani sportivi di un altro, la spremuta d’arancia di un altro ancora come tappe di un giro che riconcilia con se stessi, senza centrifugare i pensieri. Forse non ne esiste uno perfetto, tranne quello del brano ‘Heaven’ dei Talking Heads, che si chiama ‘Paradiso’, ma non vi succede mai nulla. A pensarci bene, questo concentrato di piccole storie ospita obliquamente sia chi ha bisogno di un’iniezione di socialità per affrontare la giornata, sia chi vuole solo ritagliarsi un personale angolo introspettivo. Progetti, amicizie e confidenze sono nati, seduti al tavolino di un bar davanti a una birra. In questo periodo, mi viene in mente anche il bar del carcere della città dove vivo e quell’atmosfera di decompressione che finiva per generarsi subito dopo aver seguito una delle tante iniziative legate alla popolazione dei detenuti. Un’umanità che, più di altre, oggi si trova a soffrire per l’emergenza Coronavirus. Mentre io, che ignoro quando la situazione drammatica che stiamo vivendo potrà essere definitivamente messa alle spalle, spero che il terreno fertile per la ricostruzione non possa smarcarsi da un sostegno concreto a questo presidio fisico di socialità, attraversato da un bancone. Un luogo attualmente non rilevato dai radar, dove gli stemmi calcistici che spesso decorano i suoi spazi sono finestre di aneddoti, e frammenti di storie. E che, se è destinato a sparire, sparisca dai luoghi comuni e dalla loro superficialità.

Giuseppe Malaspina