‘Arancia meccanica’ non è stato solo un film, e un libro

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La stella polare delle rivoluzioni del calcio, probabilmente, dispiega il suo fascio più luminoso in un quadriennio. Quello che scorre fra il 1974 e il 1978. Un periodo dove le intuizioni dell’allenatore olandese Rinus Michels attecchiscono in un progetto pratico che salda utilità e gioco. Una carriera da giocatore trascorsa nelle fila dei ‘Lancieri’ per lui, che contribuisce a corroborare una sorta di continuità con la filosofia della scuola Ajax. Club, sulla panchina del quale siede dal 1965 al 1971. Il 1974 è l’anno in cui è chiamato a fare da commissario tecnico della Nazionale olandese, un banco di prova decisivo per valorizzare un sistema di gioco dove le posizioni finiscono per essere quasi intercambiabili. Se in passato, infatti, il primo riferimento è costituito dagli avversari in campo, con l’avvento del ‘calcio totale’, o ‘totaalvoetbal’, ad acquisire rilievo sono elementi come lo spazio e la modalità collettiva di occuparlo. Una squadra, cioè, produrrà manovre sempre più efficaci, in funzione della duttilità dei suoi componenti ad avvicendarsi nei vari compiti delle diverse porzioni di terreno. Distanze ravvicinate fra i reparti e pressing, dunque, come strumenti per forzare o rallentare il ritmo nei confronti della compagine rivale. Il blocco orange che Michels seleziona, chiaramente proviene dal serbatoio biancorosso. La punta di diamante del gruppo risponde al nome di Johan Cruijff, ma intorno al capitano di Amsterdam si muove un’orchestra sincronica e spietata nei movimenti. ‘Un’arancia a orologeria’ parafrasando la traduzione del titolo, nel 1969, della prima edizione italiana del romanzo distopico scritto da Anthony Burgess. Nel 1971 uscirà la pellicola ‘Arancia meccanica’ di Stanley Kubrick, alimentando la dimensione internazionale della fama del libro. E l’omonimo soprannome per raccontare i meccanismi tattici di quella formazione olandese, giunta alla finale dei Mondiali in Germania Ovest contro i padroni di casa, diventerà quasi una prassi. Un undici schierato idealmente secondo uno schema 4-3-3, pur ricordando la flessibilità di ruoli di ciascuna pedina. Intanto, in porta, c’è Jan Jongbloed, che sulla schiena porta l’insolito numero 8 e non indossa i guanti. Indizi che portano verso una marcata assimilazione delle dinamiche dei giocatori di movimento, considerando la sua propensione più a usare i piedi che le mani negli interventi. La linea difensiva prevede sulle corsie di destra e sinistra rispettivamente la velocità di Wim Suurbier e l’eleganza di Ruud Krol. Nel cuore del pacchetto arretrato agiscono l’essenzialità di Wim Rijsbergen e il talento eclettico del centrocampista Arie Haan, dirottato in difesa per l’occasione. Una mezzala che sa gestire le uscite in ripartenza, palla al piede, è una delle trovate più ingegnose di Michels. Il selezionatore olandese dispone quindi, a centrocampo, un mediano come Wim Jansen, affiancandolo a un compagno di reparto roccioso e preciso nei passaggi come Willem van Hanegem. La completezza, sia sul piano propositivo che dei contrasti, di Johan Neeskens garantisce pertanto l’agibilità del tridente. Sulla fascia destra, spazio alla rapidità negli spazi stretti di Johnny Rep. Dall’altro lato, invece, si mette in luce Rob Rensenbrink, in virtù di qualità tecniche e atletiche. Conclude il mosaico, naturalmente, Johan Kruijff, il più grande calciatore olandese di tutti i tempi. Il cammino orange verso la finale sarà una delle più sorprendenti imprese sportive, e innescherà un ciclo di gioco destinato a proseguire nei successivi Europei del 1976 in Jugoslavia, e nei Mondiali del 1978 in Argentina. Due secondi posti, intervallati da un terzo piazzamento sul podio, a testimonianza che la contingenza di una conquista finale può prescindere dalla lucidità e dall’organizzazione di un progetto. Eppure, quella finale del 1974, persa per 2 a 1 contro la Germania Ovest, con la rete di Gerd Müller che succede ai rigori realizzati da Neeskens e Breitner, imprime nell’immaginario sportivo internazionale la bellezza del progetto di Michels. Che riuscirà a portare a casa un trofeo negli Europei del 1988, in Germania Ovest, contro l’Unione Sovietica di Valerij Lobanovs’kyj. Le due gemme saranno di Ruud Gullit e di marco van Basten, ma dietro l’effetto pirotecnico delle loro segnature non mancherà un collaudato lavoro di gruppo. Provate a rivedere, infatti, il fraseggio aereo che conduce al gol del vantaggio del ‘Tulipano nero’. E osservate la costruzione dell’azione che dal piede di Arnold Mühren transita fino al destro magico del ‘Cigno di Utrecht’. Nel tratto conclusivo della pennellata più d’effetto, c’è il passo silenzioso dei portatori d’inchiostro.

Giuseppe Malaspina