L’estetica divisiva della mascotte delle ‘Notti magiche’

L’8 giugno di trent’anni fa cade di venerdì. I motori di ricerca aiutano nell’individuazione delle coordinate temporali di un evento, poi subentra la memoria emotiva a colorare le sfumature dei ricordi. Il Mondiale battezzato come ‘Italia ’90’ celebra così il suo primo atto, allo stadio San Siro di Milano, in un pomeriggio di un giorno estivo in cui molti studenti sono già con la testa all’estate. E l’anticamera della partita d’esordio, quella fra l’Argentina detentrice del titolo e il Camerun catapultato dai risultati delle qualificazioni della zona africana, fornisce il pretesto per la presentazione ufficiale, a livello internazionale, della prima mascotte italiana. Per l’Italia, infatti, ospitare la competizione è un precedente che riporta i calendari al 1934, e all’impresa degli uomini di Vittorio Pozzo. Mentre l’abitudine di introdurre le mascotte alla competizione risale ai campionati del mondo del 1966, in Inghilterra. In quel caso, ad accompagnare graficamente le gesta dei ‘Leoni albionici, futuri vincitori della Coppa del mondo, è il leone Willie, con indosso una maglietta con la bandiera del Regno Unito e la scritta ‘World Cup’. Quattro anni dopo, in Messico, viene scelta una figura antropomorfa, dal nome Juanito. Un ragazzo dall’inconfondibile divisa verde dei padroni di casa, e un sombrero sul quale si legge ‘Mexico ’70’. Nel decennio che consacra il gioco brillante targato ‘Arancia meccanica’, il 1974 ha i volti di Tip e Tap, due giovani di statura diversa con la maglietta bianca e, uno le lettere WM indicative di ‘Weltmeisterschaft’ ovvero ‘Campionato del mondo’, e l’altro il numero 74. I colori dell’uniforme della Nazionale ospitante ritornano nel successivo Mondiale. ‘Argentina ’78’ è la scritta sul cappello biancoceleste, come la maglia, i calzettoni e il pallone, di Gauchito. Un fazzoletto al collo e una frusta sono accessori che si aggiungono al quadro d’insieme, dove la mascotte è rappresentata in una posa statica, con la palla sotto il piede sinistro d’appoggio, quasi nell’atto di dar vita a una contesa sportiva. Il trionfo italiano della compagine di Enzo Bearzot nel 1982, conserva invece sullo sfondo l’immagine di Naranjito, un’arancia dalle sembianze umane, in divisa spagnola e con in braccio una palla da calcio. Ultimo personaggio della serie è il messicano Pique, che nel 1986 simboleggia i Mondiali attraverso le fattezze di un peperoncino verde antropomorfo, vestito con l’uniforme messicana, pallone al braccio e baffi neri evidenti. Una carrellata che si discosta dalla mascotte adottata appunto nel Mondiale delle ‘Notti magiche’. Ciao, infatti, pur mantenendo le caratteristiche antropomorfe ricorrenti nei suoi predecessori, pare invece spersonalizzarsi per via di quei cubici mattoncini tricolori che ne costituiscono i lineamenti. Il viso è un tradizionale pallone da calcio, con fondo bianco e pentagoni neri. La corporatura è costruita in maniera che, una volta scomposta, possa scindersi nelle lettere che danno vita alla parola ‘Italia’. Osservando più volte la grafica in movimento, nelle pubblicità d’epoca, mi sono convinto che ci fosse una ‘A’ nascosta dietro l’altra. Una sorta ‘A’ ombra che la marcasse a uomo, come in una puntata del cartone ‘I cavalieri dello zodiaco’ dove nelle vicende ambientate ad Asgard Alcor è il fratello segreto di Mizar, e interviene all’improvviso nelle battaglie che lo riguardano. Divagazioni di fantasia a parte, quest’opera frutto dell’invenzione dell’artista Lucio Boscardin continua a dividere i gusti degli appassionati. È nota, ormai, l’intuizione che lo spinge a elaborare l’immagine. L’osservazione di un semaforo che passa dal rosso all’arancione e quindi al verde, durante una coda in macchina in corso Buenos Aires a Milano, sotto la pioggia. Un luccichio di colori che diventa uno schizzo, poi un disegno che vince il concorso promosso dal comitato organizzativo dei Mondiali. Provando a interpretare la figura finale che ne emerge, a incuriosirmi è la posizione della gamba destra stilizzata. L’associo al movimento dello stop della palla che il calciatore effettua, per controllarla di piatto quando spiove dall’alto. È una dinamica che non è raro incontrare sfogliando le illustrazioni presenti nelle pagine dei manuali di calcio che i ragazzi leggono all’epoca, per imparare i fondamentali. Manca invece proprio il pallone da stoppare, evidentemente perché s’identifica con il volto della mascotte. Sotto quest’ottica, c’è un interessante legame fra tradizioni italiane del gioco del calcio legato ai rudimenti tecnici, e futuro ‘spersonalizzato’ che mira alla zona, e a una sorta di visione d’insieme del campo. Quando però si salta dall’elemento concettuale a quello materiale, i difetti sono più evidenti. E la rappresentazione tridimensionale sottolinea proprio la difficoltà di rendere il concetto di futuro più realizzabile. Eppure, la semplicità di fondo dell’idea non riesce a rendermi questa mascotte antipatica, nel senso cioè di priva di quel pathos che intende suscitare. Il fatto stesso che il pubblico italiano, in un concorso popolare sviluppato attraverso le schedine del Totocalcio, indichi in Ciao il nome da attribuire alla mascotte, può essere letto come un saluto all’approccio al calcio al quale eravamo abituati fino a quel punto. Un invito a guardare all’evoluzione di questo gioco, con gli occhi di chi vuole continuare a sorprendersi. E la sorpresa, già dalla prima partita decisa da un attaccante camerunense del Laval che non teme il sole e salta così in alto da baciarlo e trafiggere il portiere argentino campione del mondo, sarà un altro elemento che ancora, fortunatamente, ricorre nel calcio. Quel giorno di trent’anni fa, nella scuola media che frequentavo, c’era il saggio di ginnastica. E l’istruttore di Educazione fisica curò proprio una coreografia ispirata alla mascotte dei Mondiali. Con studenti dalle maglie verdi, bianche o rosse, che si staccavano dalla figura iniziale fino a comporre la scritta ‘Italia’. Dell’aspetto estetico di una mascotte, e della precisa riuscita di una coreografia, non m’importava più di tanto. Ma quando vidi François Omam-Biyik segnare all’Argentina di Diego, ebbi l’ennesima conferma che quel gioco non smetterà mai di emozionarmi.

Giuseppe Malaspina