I déjà-vu di una semifinale di Coppa Italia

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La ripresa nazionale delle competizioni calcistiche ha riacceso immediatamente i fari sulla Coppa Italia. Al di là di come la si pensi, circa l’opportunità di riattivare un circuito sportivo stagionale dopo le macerie sociali e sanitarie lasciate dall’emergenza Coronavirus, rivedere ventidue atleti su un campo di calcio alle prese con sfide da dentro o fuori, ha comunque destato un certo effetto. Se la prima semifinale di Coppa, terminata a reti inviolate fra Juventus e Milan, ha trasmesso poche emozioni in termini di gioco ai telespettatori, qualche indicazione in più è giunta dalla seconda partita decisiva per la finale. In uno stadio ‘San Paolo’ di Napoli, dall’atmosfera particolarmente insolita, si è disputato il turno di ritorno fra i padroni di casa e i nerazzurri dell’Inter. Un match che mi ha restituito non poche suggestioni attraverso il piccolo schermo, a prescindere dall’aspetto agonistico e tecnico espresso dai suoi protagonisti. Intendiamoci, la condizione fisica dei calciatori, in seguito a un lungo stop e a sedute di allenamento alla spicciolata, ha inevitabilmente finito per condizionare lo svolgimento della gara. E le fiammate che i singoli hanno riservato al pubblico a casa, sono parse non sempre legate a un meccanismo corale. Un contesto, in ogni modo, dove in evidenza sono risultati i gesti dei giocatori più dotati di qualità. Sia per quanto riguarda la creazione di gioco, che per la fase del contenimento delle offensive altrui. Eppure, il primo aspetto rilevante dal punto di vista emozionale, ha riguardato proprio il clima sul rettangolo verde. Mi aspettavo il suono assordante di un silenzio surreale. In realtà, la dimensione familiare del calcio, in grado di azzerare le distanze fra città collocate anche in parti opposte del mondo, ha restituito nei telespettatori quasi un’amplificazione dell’effetto audio. Non è stato raro, infatti, ascoltare durante i minuti di gioco le istruzioni dell’allenatore Antonio Conte ai suoi uomini, o le reazioni della panchina azzurra a un determinato sviluppo di un’azione. Una dinamica tanto cara, per esempio, a chi calca i campi da calcetto o le partite delle serie minori, e per isolare i rumori di sottofondo è costretto a seguire con concentrazione la linea dei passaggi fra i reparti di una squadra. Una situazione che, in un certo senso, ricorda le gare televisive prive di telecronaca, magari per via di uno sciopero di operatori o giornalisti. Venendo, poi, al nocciolo della partita, l’avvio del primo tempo ha registrato un assalto interista che ha subito portato i suoi frutti. Da un disimpegno dell’esterno difensivo Giovanni Di Lorenzo, è scaturito il tiro d’angolo vincente ad opera di Christian Eriksen. I riflessi del portiere David Ospina, non al meglio durante la battuta della palla inattiva, emergeranno nella loro brillantezza soprattutto nel secondo tempo, contribuendo a determinare la conservazione del pareggio. Pareggio che arriverà verso la fine della prima frazione, proprio da un capovolgimento di fronte su tiro dalla bandierina nell’area partenopea. L’estremo difensore colombiano servirà un pallone d’oro a Lorenzo Insigne che, involato sulla fascia sinistra, aggirerà la retroguardia avversaria appoggiando per l’accorrente Dries Mertens. Per ‘Ciro’ sarà la rete storica numero 122, superando l’amico Marek Hamšík nella classifica dei marcatori di tutti i tempi del Napoli. La costruzione del gol, peraltro, richiama una scia già vista. Una cometa che catapulta tanti tifosi indietro nel tempo, al 17 maggio di trentuno anni fa. A quel 3-3 contro lo Stoccarda che vale una Coppa Uefa, e a un sigillo di Antonio Careca su assist di Diego Armando Maradona. Nel giorno di Sant’Antonio, la beffa è per il mister dell’Inter. Della partita rimane una prestazione notevole di Ospina, che salva in più occasioni il risultato, ma salterà la finale per diffida. L’intesa nel pacchetto arretrato azzurro fra Nikola Mksimoviće Kalidou Koulibaly, e la pericolosità sulla fascia del nerazzurro Antonio Candreva, che però eccede nella ricerca della soluzione personale. E infine la compostezza di Gennaro Gattuso, rientrato in panchina dopo il terribile lutto per la perdita della sorella.

Giuseppe Malaspina