La dimensione sociale dello sport nei film di Bud Spencer

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Popolare è un aggettivo che richiama il popolo, ma anche l’infinito di un verbo che implica l’azione di abitare in un certo luogo, in una situazione di quasi interezza. Per ricordare Bud Spencer, al secolo Carlo Pedersoli da Napoli, sono calzanti entrambe le accezioni. È stato un attore popolare, alla portata culturale di tutti gli strati sociali, ma anche una figura che continua a trovare posto, ad abitare, in un immaginario cinematografico dai contorni definiti. Se è vero che la macchina da presa è utile a esplorare gli spazi immateriali fra le cose, a generare un senso di riflessione più che di semplice evasione, è altrettanto importante non tralasciare la radice delle cose stesse. Quella materialità che i film con questo ex nuotatore e pallanuotista hanno finito per restituire, nella sua forma più genuina. Stazza notevole, aria perennemente imbronciata, codice etico personale granitico, sono tratti di un personaggio che cambia nome in funzione della pellicola, ma che si fa riconoscere dallo spettatore fin dalle prime battute. In maniera tangibile, materiale appunto. Le trame delle storie che lo vedono protagonista sono il pretesto per raccontare una realtà che non può prescindere da una dimensione di marginalità. Eppure, la cornice non imprigiona il soggetto che vi sta dentro. Sarà per la filosofia del ‘futtatenne’ che lo stesso attore ha rivendicato nella parte finale della sua vita, quasi per osmosi assorbita dai suoi personaggi. Un’attitudine a lasciarsi scivolare addosso ansie e preoccupazioni, come fossero acqua di pioggia destinata ad asciugarsi. Mentre quella del mare, orizzonte ricorrente dello sguardo di Bud attore, si limita a levigarne le sembianze.

Così, c’è il mare del porto di Livorno ad accogliere l’approdo del protagonista del film ‘Lo chiamavano Bulldozer’. Un passato non sbandierato da giocatore di football americano, che il ritiro dalle partite ha consegnato a un’esistenza da marinaio, e un presente dal profilo basso, quanto meno nelle intenzioni, con un cappotto e un cappello scuro ad avvolgere un personaggio che non viene mai chiamato per nome. Nell’iconica sequenza della bisca, il malfattore che la gestisce lo appella ruvidamente come ‘Barba nera’, quando si accorge che il suo operato di salvaguardare gli interessi degli sprovveduti ragazzi, pronti a essere spennati, rischia di non giovare alle casse dell’attività. Ne viene fuori un’ennesima zuffa, dove continua a balzare agli occhi dello spettatore che la violenza è soltanto un’autoparodia, principio costante nella maggior parte della filmografia di Bud Spencer.

Nella pellicola diretta da Michele Lupo e uscita nel 1978, c’è una sfida lanciata a un gruppo di ragazzi del luogo dal sergente di una squadra organizzata di marines statunitensi, di stanza nella vicina base militare. Una finestra narrativa su una realtà periferica della provincia italiana, dove le strade sbagliate proliferano davanti ai passi di giovani, alle prese con l’esiguità di prospettive lavorative e la costruzione del proprio futuro. Un contesto, nel quale si avverte anche il senso accettato di sradicamento trasmesso da Bulldozer, o dal personaggio del militare Curatolo (interpretato dal mitico Gigi Reder), che in una sequenza iniziale lo definisce appunto «paisàn». E nel rapporto sottaciuto con le proprie radici, s’innesta la funzione dello sport. Che aggrega una colorata armata Brancaleone intorno a una palla ovale, disvelando una funzione sociale che pare distante anni luce da uno sterile culto della competitività. Poetica, in questo senso, l’artigianale scena del primo allenamento, con ragazzi dai tratti pasoliniani sottratti ai loro mestieri di postino, benzinaio, meccanico, cameriere, per rinfoltire una trascinante corsa sul lungomare.

L’allenatore improvvisato Bud Spencer è lontano dalla slealtà sportiva, ma non è pervaso da quel senso di scandalo tanto caro ai moralisti. È proprio per questa ragione che non esita a inserire in squadra due elementi che vengono rappresentati nella loro distanza dalla legalità. L’acrobatico ladruncolo del paese e il roccioso picchiatore nonché recuperatore di crediti diventano così preziosi, per via dell’apporto di agilità e di forza fisica che garantiscono ai compagni. Compagni, fra i quali non tutti saranno entusiasti del loro ingresso. Un pretesto, probabilmente, per introdurre un’altra qualità indispensabile a un allenatore. La capacità di alimentare un senso di armonia nella squadra.  

Se ‘Lo chiamavano Bulldozer’ spicca per una dimensione più corale, la pellicola ‘Bomber’, uscita quattro anni più avanti, girata prevalentemente negli stessi luoghi e diretta dallo stesso regista, sviluppa una narrazione più personale. Il tema di fondo è la boxe, e in effetti la presenza di veri pugili sui set dove lavora Bud avviene con una certa frequenza. Già gli attori Joe Bugner e lo scomparso Piero Del Papa, che impersonano rispettivamente Orso e il barbiere di Osvaldo, nella scena cult del film del 1978, vantano carriere in ambito pugilistico. E nelle scazzottate in salsa Bud, al ritmo degli Oliver Onions, finiscono per essere perfettamente funzionali. In ‘Bomber’, la figura dell’antagonista Rosco Dunn è affidata all’attore Kallie Knoetze, ex boxeur sudafricano. Il ruolo di Giorgione Desideri, giovane promessa del pugilato a cui il ring può evitare una vita di espedienti, è rappresentato invece da Stefano Mingardo, in arte Mike Miller, scomparso sei anni fa. Al di là di aver figurato in alcune produzioni cinematografiche, con il soprannome Animal si è fatto notare come giocatore di football americano a Milano.

Il racconto che il regista Lupo consegna al pubblico pesca nel sottobosco delle palestre, dove la passione per uno sport che contiene aspetti come durezza, fatica e lealtà, si misura con interessi economici, vendette private e incontri truccati. Ancora una volta, non è il gesto atletico a essere sottolineato in una narrazione dal tenore leggero, e dalle battute di Jerry Calà. A emergere è una sorta di funzione popolare che il ring pare esercitare nei confronti degli outsider di ogni generazione. Il vestiario di Bud, come gli scenari naturali ripresi, ricalcano la scia del film precedente. E il senso di riscatto evocato da una pellicola che non si pone mai come pretenziosa, fornisce la prova che l’energia dello sport non risiede tanto nei risultati che consegue chi vi si cimenta. Ma nel metodo impresso in chi ama praticarlo.

Giuseppe Malaspina