Banksy e la forza rivoluzionaria del gesto sportivo

L’ossimoro è una figura retorica che consiste nell’accostamento, all’interno della stessa locuzione, di due parole antitetiche. Quanto questa antitesi sia apparente o sostanziale è legato alla presa che il dialogo ‘cacofonico’ destinato a crearsi fra i due termini susciterà nella percezione del lettore. Se dalle parole, poi, si salta alle immagini, accorgersi della contraddizione provocata dal brusco cambio di prospettiva balzerà agli occhi in maniera ancora più dirompente. Come se ci fosse un ferroviere in mezzo a uno schermo, pronto ad azionare una leva che devierà la direzione di un treno. Ecco, leggere un ossimoro nella pittura, o più genericamente nelle arti grafiche, pone chi osserva di fronte a un ipotetico deviatore. E costringe a riflettere su quanto sia infinitamente piccolo il momento in cui scatta la deviazione, proprio un attimo prima del bivio. Cosa c’entra tutto questo con Banksy, e soprattutto con lo sport, è legato alla soggettività di chi scrive.

L’artista internazionale contemporaneo e dall’identità misteriosa, infatti, ha articolato la sua narrazione espressiva attraverso il ribaltamento di modelli tradizionali. Da ‘Grannies’ con le due nonne sedute a cucire maglioni con le scritte ‘Punks not dead’ o ‘Thug for life’ a ‘Sale end today’ con una rappresentazione della società capitalistica in crisi mistica per la conclusione dei saldi, fino a ‘Jack and Jill police kids’, dove la spensieratezza di un bambino e di una bambina non può fare a meno di calzare un paio di giubbotti antiproiettili. Opere dal profondo impatto evocativo, raccolte nella mostra dal titolo ‘Un artista di nome Banksy’ a Ferrara, a palazzo Diamanti. Un’esposizione organizzata da Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’arte moderna e contemporanea, in collaborazione con l’associazione culturale MetaMorfosi, e a cura di Stefano Antonelli, Gianluca Marziani e Acoris Andipa. Nella carrellata di pezzi proposti ai visitatori, trova spazio anche ‘Football terrorist’, un lavoro in spray e acrilici su legno che apre una finestra sul passato calcistico dell’esponente della street art particolarmente sensibile ai temi sociali. La didascalia a fianco dell’immagine riporta il calendario indietro di due decenni. Emerge così la figura di Banksy, sul finire degli anni Novanta portiere della squadra di calcio amatoriale degli Easton Cowboys di Bristol. E di un viaggio di quella compagine in Chiapas, nel Messico, caratterizzato dalla presenza dell’esercito zapatista del Subcomandante Marcos. Obiettivo della visita, lo svolgimento di una partita di calcio per raccogliere fondi a sostegno di un progetto per l’acqua, bene prezioso che scarseggia nella regione. Un contesto nel quale l’artista, che oggi condivide con Marcos l’elemento dell’identità non conosciuta, si trova a dipingere l’opera su una parete. Ad arricchire l’immagine, la scritta ‘A la libertad por el futbol’. Scendendo poi nel dettaglio di quanto raffigurato, spicca il gesto atletico di una rovesciata. A compierla, su uno sfondo sintetizzato da un’iconica e ampia stella rossa, è un uomo con il volto occultato da un passamontagna. Mitragliatrice e cartucce sulla parte alta del tronco, e scarpine coi tacchetti ai piedi, alla stregua di armi relative a piani diversi del suo essere combattente. La soggettività di cui sopra capta ancora una volta un gioco di rimandi fra territori apparentemente lontani.

Un guizzo, quello della rovesciata, che nella sua potenza iconografica richiama peraltro una storica pellicola del 1981. In ‘Fuga per la vittoria’, film diretto da John Huston, la narrazione si muove su un episodio che le cronache ricordano nel 1942, pur procedendo su una dinamica cinematografica romanzata. Così, nella storia drammatica di una partita fra calciatori di Kiev e ufficiali dell’aviazione tedesca, agli occhi degli spettatori restano impressi due gesti come la presa plastica dell’incerto portiere interpretato da Sylvester Stallone e, appunto, la prodezza acrobatica di un attore che risponde al nome di Edson Arantes do Nascimento, ma in campo è noto come Pelé. In effetti, in un contesto come il calcio dove uguaglianza e libertà sono principi che interagiscono in un equilibrio di fondo, la rovesciata è un gesto fisiologicamente rivoluzionario. La sua stessa estetica, frutto di abilità tecnica, coordinazione, capacità di frasi trovare al posto e al momento gusto, indica un’attitudine a ribaltare, rovesciare, l’omogeneità del gioco. Un ribaltamento che nella sua istantaneità funge da grimaldello per scardinare una situazione fino a prima statica. Nella sua funzione di grimaldello, ecco che allora anche la rovesciata condensata nell’immagine di un combattente, provoca l’effetto che l’ossimoro suscita attraverso le parole. Ritorna ancora la soggettività di chi scrive, ma l’impressione è che tutto appartenga a una circolarità più grande.  

Giuseppe Malaspina