La fatica di scrivere aD10s

Immagine da Youtube

L’immaginario collettivo è un posto dai contorni indefiniti. Accomuna chi lo percepisce, a dispetto di longitudini e latitudini diverse. Ieri si è conclusa l’esistenza terrena di Diego Armando Maradona, e probabilmente, in quel luogo dell’immaginazione del quale è abitante da decenni, non è cambiato molto. Il talento, la rivalsa e la speranza che ne hanno accompagnato il passo, in una vita tanto fragile quanto piena, sono rimasti pressoché immutati. Eppure, il senso di disorientamento che la sua perdita, giunta come improvvisa anche in chi s’illudeva di poterla spostare più avanti, fatica a essere metabolizzato. In fondo Diego è la bellezza, nel senso più estetico del termine, e la bellezza non è destinata a morire. Cresce negli spazi più impervi del mondo, la puoi scovare ai margini delle strade più abbandonate, figurarsi se si deteriora senza resistere. L’hanno dipinta Caravaggio e Toulouse-Loutrec, l’ha suonata Petrucciani, l’ha disegnata coi piedi anche lui. E tutti coloro che hanno preso una prosa e l’hanno resa poesia. Scapigliati di ogni arte e generazione che, spinti da una forza tanto oscura quanto luminosa, hanno impastato il fango ed è venuto fuori un capolavoro. Il nome di Maradona è finito nei film e nei romanzi, nei fumetti e nelle canzoni. L’aggettivo ‘maradoniano’ è entrato nel dizionario, l’inchiostro ha rappreso la sua caducità mentre la sua radice non ha potuto fare a meno terrenamente di cadere. Senza contare gli articoli di giornali che da tempo hanno giocato con il suo nome. Il rumeno Hagi ribattezzato come il Maradona dei Carpazi, lo jugoslavo Stojković come il Maradona dei Balcani, il turco Emre come il Maradona del Bosforo. Il suo nome proprio che si trasforma in nome comune, un po’ come era solito fare lui con la sua bravura. Metterla a disposizione del più gregario fra i suoi compagni. Un patrimonio di classe assunto a unità di misura. E un’eredità sportiva che non potrà mai essere calzata perfettamente. Perché l’unicità della sua esistenza ricorda l’ovvietà che è unico ogni essere umano. Sapevo che prima o poi il momento del suo congedo da questa terra sarebbe giunto. L’ho detto e scritto ad alcuni amici, ma quella maledetta sensazione di vuoto mi restituisce soltanto un illogico flusso di parole. Provo a padroneggiarle come lui palleggiava perfino con un limone, ma è un fiume caotico e inarrestabile. Nel mio immaginario Diego è entrato dai banchi di scuola, forse attraverso le figurine dei calciatori. Ma ci è uscito e rientrato in tanti momenti della mia vita. Perfino quando ballo con mia figlia. Una volta mi è capitato d’intervistare il percussionista napoletano Tullio De Piscopo. Mi ha detto che il ritmo è una forma di affinità fra la musica e il calcio. E che era bello non solo vedere giocare Diego, ma anche osservarlo mentre palleggiava. Quanti palleggi a cui potrai dedicarti adesso, Diego, senza la zavorra di un corpo che non riuscivi più a controllare. Già, il controllo. Quand’ero adolescente c’era uno spot che ripeteva che, senza di esso, la potenza è nulla. In qualche modo, ne hai parlato tu stesso, in un frammento del documentario di Kusturica, di quante cose belle ti sei perso quando hai deciso di rinunciare all’equilibrio. E chissà se, in quell’immaginario collettivo che è la tua casa, si coglie oggi la differenza fra essere potenti ed essere grandi.

Giuseppe Malaspina