Pablito, Diego e gli altri

Immagine da Youtube

Il pantheon dei calciofili assomiglia a un album di figurine. Non vi combacia esattamente perché, in fondo, c’è una distanza fisiologica fra gli oggetti dei ricordi d’infanzia e la loro rappresentazione nei pensieri degli adulti. Eppure, a scorrere le immagini impresse nella nostra memoria emotiva, l’impressione è di sfogliarle come fossero di carta. Quasi una percezione tattile, accompagnata da un sottofondo che richiama la colla degli adesivi Panini, appunto. L’anno che si appresta a finire ha mietuto talmente vittime nell’universo del calcio, da scomodare quell’album dei ricordi. Pietro Anastasi, gli orange Rob Rensenbrink e Wim Suurbier, Gigi Simoni, Mariolino Corso, Pierino Prati, i giornalista Gianni Mura e Gianfranco De Laurentiis, il poeta calciatore Ezio Vendrame, le leggende del Liverpool Gérard Houllier e Roy Clemence, il talent scout granata Sergio Vatta, Jack Charlton, gli storici capitani del Camerun Stephen Tataw e del Senegal Papa Bouba Diop, fino a Diego Armando Maradona e Paolo Rossi. Perfino Luis Sepúlveda, centravanti mancato e tifoso dello Sporting Gijón, o Gigi Proietti, eclettico attore brillante e longevo supporter romanista. Oppure il doppiatore Sergio Matteucci, mitologica voce da telecronista delle partite di ‘Holly e Benji’. Competizioni sospese fra il reale e l’immaginario. Come immaginifica è la dimensione evocata da questa carovana di nomi che, per un motivo o per un altro, si sono inchiodati nella mia infanzia o adolescenza. Come i rulli compressori dei cartoni animati che procedono schiacciando ogni ostacolo in strada, piccolo o grande che sia, questo periodo esteso e convulso sembra strappare a chi lo vive la capacità di elaborare il senso della perdita. Tanta è la forza propulsiva della vita che rivendica il proprio ruolo. Eppure, nelle soste che il tempo concede, il silenzio rivela la profondità dei legami, sotto la contingenza della superficie. E se i rapporti umani, intuibilmente e doverosamente, riemergono, c’è spazio anche per i legami con il tempo perduto di ciascuno di noi. Quelli in grado di riaprire finestre con la propria infanzia, adolescenza, giovinezza. Ecco, fra i nomi di questo doloroso elenco necrologico, ce ne sono due che per me rivestono un significato particolare. Paolo ‘Pablito’ Rossi mi ha fatto innamorare del calcio in una notte di luglio di quasi quattro decenni fa. Una notte sfumata nel fondo della memoria, che avvolge nel suo bagliore un televisore a calotta gigante, una famiglia riunita su un divano, e il quartiere di una città del sud che sventola una bandiera. E se Pablito è l’artefice di un innamoramento. Diego lo è di un amore. E l’inchiostro virtuale versato non sarà mai sufficiente a raccontarlo.

Giuseppe Malaspina