Il più giovane talento del Grande Torino

Arida o feconda, la terra imprime necessariamente il suo segno sulle esistenze di chi si trova a misurarsi con essa. Di questa carica millenaria e inesauribile, in grado di levigare le vite e forgiare i caratteri delle persone attraverso la fatica, è piena la storia. E, probabilmente, l’elenco smisurato di modi di dire che ruotano intorno alla sua materia, banalmente è debitore di una presenza che risale alla notte dei tempi. Tenere i piedi ben piantati per terra, abitare in un fazzoletto di terra, trovare la terra promessa, sono solo alcune espressioni che scavano, è il caso di dirlo, alle radici delle cose. E finiscono per restituire in chi ascolta l’immagine pressoché essenziale di una situazione. Anche nel frasario del calcio, poi, il concetto di terra recupera diverse articolazioni a seconda dell’angolatura da cui si vuole esplorare il gioco. Dai campi in terra battuta, evocativi di cicatrici adolescenziali, al gesto di atterrare un avversario, come momento di interruzione di un flusso, quella parola si veste di un abito ora descrittivo ora metaforico. Fuor di metafora, l’esistenza terrena di generazioni è stata segnata dalle reazioni di questo elemento ancestrale all’energia umana e all’incidenza concomitante dei vari agenti atmosferici.

Una premessa, fisiologica e doverosa, per introdurre le dinamiche di un romanzo sospeso a mezz’aria fra l’immaginazione e la ricerca documentale. Perché ‘Rubens giocava a pallone’ di Stefano Muroni volteggia fra le esigue vicende biografiche di un potenziale campione del calcio e l’evoluzione storica del nostro Paese dalla dimensione contadina a quella industriale, nel cuore del secolo scorso. Dove non arriva la rappresentazione reale dei fatti, per ammissione dello stesso autore, sopraggiunge la forza della creatività. Così, una storia altrimenti dimenticata dalla polvere, quella del mediano Rubens Fadini, il più giovane talento del Grande Torino riemerge dal peso dell’oblio che incombe a mano a mano che i testimoni invecchiano e scompaiono. E rende la memoria un esercizio sempre più connesso con il presente. Nel romanzo d’esordio di Muroni, quindi, il calcio attende nel fondale ma prende forma piano piano, accompagnando la crescita del protagonista. È l’invisibile volano delle ambizioni di un ragazzino, la cui vita resterebbe altrimenti impantanata in una condizione familiare di bracciantato. Già, le braccia e l’olio di gomito che ne caratterizza l’azione rimandano a una collettività operosa, solidale e ossessionata dai frutti della terra. Una madre severa e sottintesa dietro il termine ‘bonifica’, che sorride ai suoi numerosi figli solo alla conclusione dei cicli stagionali di lavoro. Così, coltivare con tenacia un sogno che scavalchi i confini tracciati intorno, è ardimento puro.

Il Rubens nato a Jolanda di Savoia nel 1927 che viene raccontato, con il supporto dei dati storici in possesso, non dispone di strumenti in grado di compiere quel salto, se non la propria crescente determinazione. I solchi sul terreno smossi dalle forti gambe segnano un avvenire destinato a brillare in alto, nel firmamento del calcio. Un cammino parallelo alle vicende di una saga familiare, attraversando le angosce del periodo della seconda guerra mondiale. Dal Veneto all’Emilia, perimetro geografico d’infanzia del futuro centrocampista Fadini, fino a una giovinezza vissuta a Milano, giocando con la Dopolavoro Ceretti & Tanfani, proseguita alla Gallaratese, e interrotta bruscamente a Superga, con indosso la maglia granata del Torino che tutti definiscono Grande. Una storia di bellezza e di dolore, ricostruita scrupolosamente e arricchita da un desiderio di riempire gli spazi bianchi con l’immaginazione che sembra voler saldare un debito con la memoria. D’altronde, un articolo sportivo dell’epoca titolato ‘A Gallarate il Torino ha trovato il nuovo Mazzola’ non può non alimentare l’immaginario. Liberamente tratto da una storia vera, il libro scandito dai ventuno capitoli, con un espediente narrativo fa riaffiorare la vicenda nei giorni nostri. E a offrire ancora una volta il pretesto per parlarne, è il potere spirituale della terra. Che, nel suo respiro silenzioso, pare non scordarsi delle tracce di chi l’ha calpestata.  

Giuseppe Malaspina