Don Ricardo, l’altro Zorro

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‘To have cold feet’ è un’espressione idiomatica inglese che indica l’improvvisa e raggelante paura di fare qualcosa. Il suo significato letterale è ‘avere i piedi freddi’, come se a percepire quel senso di inadeguatezza e di malessere di fronte a una prova fosse un’estremità del proprio corpo. È curioso peraltro che, a differenza del Paese d’oltremanica, in area mediterranea l’aggettivo ‘freddo’ evochi invece un’aura d’imperturbabilità, una sorta d’involucro protettivo e impermeabile ai fattori esterni. Nello sport, e più in particolare nel calcio, la freddezza è un concetto che spesso si associa al momento dell’esecuzione di un calcio di rigore. Gli specialisti dal dischetto sono quegli atleti in grado di controllare le proprie emozioni, e la partita che si gioca contro il portiere e che comincia da poco prima della rincorsa richiama talvolta l’atmosfera del poker, dove anche il bluff è un ingrediente essenziale. Uno di quei casi in cui la cornice rischia di inghiottire il soggetto del quadro, quando non è bravo a rimanere indifferente alla pressione del contesto. Così, la frequente conclusione di questo appuntamento fra sorte e abilità, ha alimentato un immaginario di luoghi comuni sulla difficile attitudine alla freddezza dei tiratori della nostra Nazionale. È vero che l’esito di un tiro preveda due possibili conseguenze in termini di efficacia. Ed è altrettanto vero che a muovere colui che calcia possa essere uno spirito del tutto incosciente, o altrimenti uno votato alla concentrazione. Eppure, quando quell’appuntamento dagli undici metri ricorre, puntualmente si carica di patos.

Il 13 maggio del 1990 mostra le sembianze di un’anonima giornata di primavera. Da un paio di settimane, il Napoli di Diego Armando Maradona ha vinto il secondo scudetto della sua storia. I riflettori, adesso, sono puntati sul Campionato del mondo, che si disputerà in Italia fra giugno e luglio. Un Mondiale dove i rigori non mancheranno di essere protagonisti. La domenica del pallone di casa nostra intanto guarda con curiosità ai match del torneo cadetto. Guidano la classifica Torino e Pisa, per l’aritmetica già promosse in serie A. All’epoca, in ottica promozione sono ancora disponibili due posti, e il Cagliari, dall’alto dei suoi 44 punti, ha quasi un piede nella massima serie. Segue a ruota il sorprendente Parma di Nevio Scala a quota 40. A tallonarlo, due punti più sotto, un terzetto di inseguitrici che comprende l’Ancona di Vincenzo Guerini, la Reggina di Bruno Bolchi e la Reggiana di Pippo Marchioro. Spazio poi al Pescara di Edy Reya, subentrato a Ilario Castagner nell’avvio del girone d’andata, e al Foggia di Zdeněk Zeman.

Dall’altra parte dell’Adriatico, in quella che oggi è la capitale della Croazia, è in programma Dinamo Zagabria-Stella Rossa Belgrado. Una partita che finirà per non essere giocata, mentre a imprimersi nella memoria di quel pomeriggio sarà l’iconica immagine di un giovane Zvonimir Boban, alle prese con una colluttazione con un poliziotto, durante gli incidenti fra tifoserie all’interno dello stadio Maksimir. Il fotogramma che immortala il suo calcio all’agente gli costerà la squalifica dal Mondiale, con la maglia della Jugoslavia. Un fatto che, inquadrato in un complesso storico più ampio e riletto alla luce degli eventi bellici successivi, rappresenta uno dei primi segnali di tensione nell’area balcanica. Un presagio confermato, sul piano sportivo, da quella che sarà l’ultima apparizione internazionale in un Campionato del mondo. La competizione del 1990, infatti, è il sipario definitivo che cala sulla Jugoslavia e sui suoi talentuosi calciatori. Una rosa piena zeppa di elementi brillanti come appunto ‘Zorro’ Boban, che di lì a poco approderà al Bari e poi diventerà un perno del Milan. Una costellazione di astri diversi e splendenti, radunati sotto un’unica bandiera.

Un miscuglio geografico è racchiuso anche nella storia di Ricardo Paciocco. Nell’albero genealogico di questo acrobatico centravanti, allora in forza alla Reggina, c’è posto per cinque nazioni e due continenti. Madre argentina, padre italiano, nonna tedesca e nonno di origini inglesi sono gli ascendenti di un bambino nato a Valencia, in Venezuela, e destinato fino all’adolescenza a rincorrere i sogni in sella alla sua bicicletta. Il calcio però irrompe nella sua vita attraverso il fiuto di un dirigente sportivo del River di Chieti Scalo, che ne nota le potenzialità durante un torneo locale. Un trampolino funzionale alla creazione di un personale bagaglio calcistico, dove trova spazio uno scudetto nella primavera del Torino nella stagione 1976/77, e un exploit a Jesi che suscita l’interesse del Milan del nuovo decennio, nel cui parco attaccanti figurano però Luther Blisset, Oscar Damiani, Giuseppe Incocciati. Così la parentesi rossonera dura fino alla finestra del mercato di riparazione e, dopo un girovagare per Lecce e Pisa, Paciocco atterra nella città dello Stretto. In amaranto, trova come partner d’attacco l’altro nuovo acquisto Fulvio Simonini. La coppia è chiamata a riscattare la delusione per la mancata promozione in serie A della passata stagione, conclusa con lo spareggio perso ai rigori contro la Cremonese. Il tiro dagli undici metri, dunque, a Reggio Calabria si connota in quel periodo di sfumature più grigie che rosee.

Ma è la corsa verso la massima serie, sfumata per un soffio, a tenere comunque desto l’entusiasmo del pubblico, nonostante sia agguerrita la concorrenza in classifica. Dal canto loro, le due punte di mister Bruno Bolchi non si risparmiano in campo. Simonini è attualmente il cannoniere della squadra con sette reti, seguito da Paciocco con cinque segnature, fra le quali un’esplosiva rovesciata da bordo campo contro l’Avellino. In effetti, l’elasticità improvvisa del centravanti è una caratteristica che non passa inosservata, soprattutto in quella stagione. Malgrado il cognome apparentemente incline alla mitezza, il suo è uno spirito indomito sotto porta. I dati disponibili nel web indicano una statura che oscilla fra un metro e settantotto e un metro e ottanta centimetri. Un’altezza sufficiente a fare del gioco aereo il perno della propria pericolosità, accompagnata da una muscolarità in grado di usare il corpo come leva e compiere giocate di discreto livello tecnico negli spazi stretti. Il look ritratto nelle figurine non è più quello scapigliato di qualche anno prima a Lecce, e la zazzera riccia sembra disciplinata da un taglio più corto ai lati. Eppure, quando Paciocco scatta sul campo di Reggio Calabria dà l’impressione di un combattente a cavallo che non vede l’ora di liberarsi da briglia tattiche. Sarà per l’atmosfera ‘da recinto’ evocata da inquadrature televisive che non riescono a evitare l’intrusione costante e fantozziana di alcuni pali di sostegno collocati davanti alla tribuna, da dove si svolgono le riprese dei servizi giornalistici. Fra i tifosi che rivedono le immagini della squadra amaranto in tv di quel periodo, c’è un desiderio irrazionale che qualcosa scardini un meccanismo di stasi. Che il terminale offensivo della squadra si trasformi in una fionda, in una catapulta puntata sulla porta avversaria. E che i quotidiani sportivi nazionali non si dimentichino della quasi conquista della promozione dell’anno prima. La vittoria con la Reggiana e il pareggio con il Foggia preparano dunque un clima di importanti aspettative.    

Anche le amichevoli infrasettimanali svolgono un ruolo prezioso per mantenere alto il livello di lucidità, senza rischiare che l’agonismo eccessivo prevalga sui rischi di minare l’integrità fisica del gruppo. L’occasione è offerta da un incontro con la Nazionale militare dell’epoca e, nel corso della partita, il caso vuole che venga fischiato un penalty a favore della compagine amaranto. Dal dischetto si presenta Paciocco che spiazza Luca Marchegiani. A disorientare l’allora portiere del Torino è il movimento incrociato dei piedi dell’attaccante che, al momento dell’impatto con il pallone, finta di sinistro e calcia di destro. Un po’ irridente un po’ spietata, la rabona si è già intrufolata nel repertorio dei tiratori che dosano precisione e guasconeria. Dagli undici metri, però, il gesto compiuto nel duello contro l’estremo difensore assume un’inedita dimensione thriller. L’allenatore redarguisce il giocatore in nome di un implicito fair play verso il portiere avversario. Paciocco, tuttavia, sembra convincersi che quel tiro ormai appartiene alle sue skill, e che vada affinato in allenamento.

Veniamo al turno del 13 maggio. Ancona e Cagliari pareggiano 1-1 davanti agli occhi di Arrigo Sacchi, mentre il Parma batte il Foggia per 5-3. Allo stadio Comunale di Reggio Calabria arriva la Triestina di Massimo Giacomini. Il piglio degli amaranto è combattivo fin dai primi minuti, e il match viene sbloccato da un colpo di testa del centrocampista Massimo Mariotto, lesto a prendere in controtempo il portiere Enzo Biato. La reazione degli ospiti frutta il pareggio sul finale della prima frazione. Da un calcio di punizione battuto da Giuseppe Catalano, irrompe in area il difensore Angelo Consagra che anticipa di testa il portiere Mauro Rosin. Simonini tenta allora la stoccata vincente per i padroni di casa, ma il suo tiro in seguito a una mischia finisce fuori. La Reggina prova la carta del terzo attaccante nella ripresa, con Diego Zanin che subentra a Livio Maranzano. Un assalto che prosegue fino a un quarto d’ora dalla fine della partita, quando un cross su calcio piazzato di Massimo Orlando provoca l’atterramento in area di Mariotto da parte di Consagra.

L’arbitro fischia il rigore, e Paciocco s’incarica della battuta. Una volta sistemato il pallone sul dischetto, prende la rincorsa come se dovesse tirare con il piede sinistro. In panchina già hanno capito, e l’allenatore Bolchi appare incredulo. Un attimo prima dell’impatto con la sfera, il piede che parte si scansa per diventare d’appoggio, lasciando il colpo all’altro che ne interseca la scia e spiazza il portiere. Freddi o caldi, gli arti inferiori firmano una beffa che sdrammatizza la ritualità del penalty. Come un cavaliere dal passo incrociato, Don Ricardo da Valencia realizza il più subdolo dei rigori. Fulminea e senza preavviso, la rabona è servita in un pomeriggio di metà maggio. Perfino il servizio televisivo serale de ‘La Domenica Sportiva’, firmato da Franco Bruno, non indugerà sulla funambolica trovata, limitandosi a commentare che «Paciocco dagli undici metri non sbaglia». Eppure, rivedendo il video del momento dell’esultanza, ci si accorge di quanto la situazione sia vissuta intensamente dalla squadra amaranto. Per esempio, c’è Simonini con la maglia numero 11, ripreso dalle telecamere a calciare rabbiosamente la sfera dentro la porta, una volta che questa è ritornata in campo dopo il gol. Quasi a sfogare una crescente tensione, moltiplicata dalla previsione che il compagno avrebbe tentato l’azzardo. Nel pomeriggio di passione di ‘Zorro’ Boban, c’è un altro eroe sportivo che ruba la scena a una città. Non indossa la maschera, non disegna una zeta con la spada e non si chiama Don Diego de la Vega. Potrebbero chiamarlo don Ricardo de la Rabona, se la sua piccola grande impresa si compisse nell’era dei social network. Eppure, la memoria degli appassionati lo annovera come il primo e unico rigore messo a segno con questa modalità nel calcio italiano professionistico.

Per la cronaca, negli ultimi scampoli di partita gli animi si surriscaldano. E proprio l’autore del gol vittoria viene espulso per un fallo di reazione, a pochi minuti dal fischio finale. Un implicito contrappasso peraltro inefficace a sterilizzare quel guizzo che ha rotto gli schemi in maniera determinante. Paciocco si dirige verso gli spogliatoi con andatura eroica e cavalleresca, a metà fra Zorro e Don Chisciotte. Felicemente disarcionato nel tripudio generale, mi piace immaginarlo mentre canticchia fra sé e sé un passaggio del ‘Cirano’ di Guccini, «io sono solo un povero cadetto di Guascogna però non la sopporto la gente che non sogna». E il sogno della Reggina, nonostante il successo che le consente di restare agganciata al gruppo delle pretendenti alla promozione, svanirà tuttavia alla fine del campionato.  

Un video speciale, realizzato proprio nello scorso anno in occasione del trentennale dell’episodio, restituisce la voce ad alcuni dei protagonisti di quella gara. C’è Fulvio Simonini, c’è Maurizio Costantini, storico capitano della Triestina, c’è Bruno Bolchi. E naturalmente c’è Ricardo Paciocco. Oltre la patina nostalgica, le loro parole paiono suggerire che non c’è generazione nella quale non s’incontrino, anche solo per un momento infinitesimamente piccolo come una partita di serie B, il talento e la follia.

Giuseppe Malaspina