‘Il divin codino’ è la storia di una promessa

È difficile raccogliere, e soprattutto contare, il numero complessivo di vocaboli che il linguaggio del calcio ha preso da altri campi, per poi farli suoi. Ogni volta che se ne individua uno nuovo, eccone emergere un altro, pronto ad assumere un significato inevitabilmente connesso con il mondo che si muove sopra quel rettangolo verde. Perché le dinamiche del pallone costruiscono, mattoncino dopo mattoncino, una narrazione in divenire alla stregua di un romanzo di formazione tendenzialmente infinito. E, a proposito di romanzi di formazione, il film biografico ‘Il divin codino’ dedicato a Roberto Baggio, poggia gran parte dei suoi meccanismi narrativi su una parola pescata dal frasario comune. Promessa. Nel lavoro diretto dalla regista Letizia Lamartire e distribuito ieri su Netflix, forma e sostanza della promessa sono declinate da più prospettive. C’è la promessa di un figlio a suo padre, che permea un racconto dove una carriera sportiva di oltre due decenni è condensata in meno di un paio d’ore. C’è la promessa che l’uomo, alle prese con una nuova fede alla quale è introdotto per caso, compie con se stesso infortunio dopo infortunio, obiettivo dopo obiettivo, appuntata su un taccuino. C’è quella che riceve dall’allenatore Giovanni Trapattoni, di essere preso in considerazione per i Mondiali del 2002, ultima eventuale tappa del viaggio calcistico azzurro. Disattesa o esaudita, l’essenza stessa della promessa si sostanzia in un termine ripetuto ogni volta che gli esperti del calcio fiutano un talento. L’attore Andrea Arcangeli accompagna gli spettatori nei silenzi di Roby durante le sue lunghe convalescenze. Duecentoventi punti sono reduci, e insieme protagonisti, di una resistenza esistenziale che non ha bisogno di essere spiegata con le parole, ma quasi per sottrazione. Così, il film procede fra flashback di un’infanzia in cui la promessa è un faro che illumina la strada, e segmenti di partite, ricreate scrupolosamente con dovizia di particolari, dove ogni contrasto sembra operare per rendere intermittente quella luce. Le stagioni che passano sono scandite da rapporto con l’imperturbabile figura paterna di Florindo, ciclista mancato e cultore silente della fatica di chi pedala qualunque sia la pendenza del suolo, interpretato da Andrea Pennacchi, e dalla presenza costante della compagna di una vita Andreina, alias Valentina Bellè. Vetri rotti dalle pallonate e album degli Eagles che non escono preparano il terreno a una colonna sonora affidata a Diodato, che prorompe alla fine del viaggio con un brano dal titolo eloquente, ‘L’uomo dietro il campione’. È arduo raccontare l’umanità che si cela dietro l’atleta, forse perché banalmente calciatori e allenatori sono prima di tutto esseri umani. E giunge prima l’empatia verso Carlo Mazzone, magistralmente impersonato da Martufello, rispetto a quella verso Arrigo Sacchi, del quale Antonio Zavattieri restituisce il lato più spigoloso. Ma in quei Campionati del mondo disputati negli Stati Uniti d’America nel 1994, perno intorno al quale ruota la madre di tutte le promesse, nello scorrere convulso degli eventi, ad asciugare tutto rimane quel rigore. Un momento così drammatico raccontato filmicamente con originale delicatezza. La sintesi più efficace per ricordare quanto le esistenze di ciascuno di noi siano così dense, da non poter essere rappresentate in maniera manichea. E i sentimenti se ne fregano del bene e del male.       

Giuseppe Malaspina